Il 23 dicembre Greta Thunberg è stata arrestata (e poi rilasciata) a Londra durante una manifestazione in sostegno del gruppo Palestine Action, ritenuto di stampo terroristico dal governo britannico.
Sono ormai diversi mesi che Greta partecipa a iniziative, anche molto importanti, in favore del popolo palestinese. Eppure tutti conoscono Greta per un altro attivismo, quello per l’ambiente. Greta è da anni il simbolo della mobilitazione giovanile nella lotta al cambiamento climatico. È lei che ha dato inizio ai Fridays For Future. La sua adesione ai movimenti pro Pal dura invece solo da giugno 2025. Visto che stiamo parlando di un personaggio importante, di un’attivista di primo piano, questa conversione dalle lotte per l’ambiente a quelle per la Palestina merita, io credo, un spazio di riflessione.
Ripercorriamo brevemente le tappe fondamentali della storia di Greta. La sua notorietà ha inizio nel 2018. A fine agosto, in vista delle elezioni legislative del 9 settembre, Greta decide di scioperare dalle lezioni scolastiche per manifestare davanti al Parlamento svedese, chiedendo che il suo Paese si impegni a ridurre le emissioni di gas a effetto serra, come previsto dagli accordi di Parigi del 2015. La protesta prosegue anche dopo le elezioni: ogni venerdì Greta, puntualmente, manifesta davanti al Parlamento. Ha così inizio il movimento Fridays For Future, che si diffonde rapidamente in molti altri paesi, tra cui l’Italia. Nei mesi e negli anni successivi vengono organizzati scioperi per il clima che arrivano a coinvolgere milioni di persone. Greta diventa un’icona mondiale dell’attivismo climatico; addirittura tiene dei discorsi alle conferenze per il clima (COP), al Parlamento europeo, al Forum economico mondiale di Davos, all’ONU. Quando si parla di Greta si sa che il tema è la lotta al cambiamento climatico.
Tutto questo cambia nel giugno 2025. L’operazione militare dell’esercito israeliano a Gaza, iniziata nell’ottobre 2023, suscita nel mondo crescenti perplessità, critiche, indignazione, rabbia; si diffonde sempre più l’idea che a Gaza sia in corso un genocidio a danno del popolo palestinese. Questa situazione raggiunge il culmine, anche mediatico, nell’estate 2025. Greta decide di imbarcarsi (il verbo non è casuale) in un’altra lotta, quella a sostegno del popolo palestinese. Nel giugno 2025 prende parte alla missione navale della Gaza Freedom Flotilla, con l’obiettivo di raggiungere la Striscia di Gaza rompendo il blocco navale dell’esercito israeliano. Parteciperà successivamente ad altre azioni importanti (quella più famosa sarà la Global Sumud Flotilla in agosto-settembre), fino alla manifestazione del 23 dicembre a Londra.
La domanda a questo punto sorge spontanea: perché Greta ha interrotto l’attivismo climatico e ha voluto dedicarsi anima e corpo alla causa palestinese? Non è, in verità, una domanda solo su Greta (delle cui motivazioni personali può interessarci fino a un certo punto). Stiamo parlando di una questione che riguarda l’attivismo europeo in generale. Sono tante le persone (molte le conosco personalmente) che, col progredire della risonanza mediatica dell’operazione militare a Gaza, hanno sempre più tralasciato altre lotte, soprattutto di carattere ambientale, per organizzare o partecipare a manifestazioni in favore della popolo palestinese. Il picco di questo fenomeno è stato tra settembre e ottobre, quando si sono tenute le manifestazioni più rilevanti, in Italia e in Europa (il 3 ottobre lo sciopero è stato organizzato dalla CGIL). Poi a partire da ottobre l’esercito israeliano ha progressivamente ritirato le truppe da Gaza; l’attenzione mediatica, la tensione collettiva e le manifestazioni si sono globalmente ridotte. Vedremo se questa tendenza tornerà a invertirsi nei prossimi mesi.
La domanda allora è, di nuovo: perché tanti attivisti, come Greta, hanno sospeso le lotte ambientali per dedicarsi alla causa palestinese? Tenterò di dare la mia versione, mettendo però in chiaro l’oggetto del ragionamento: non mi interessa indagare i motivi delle scelte individuali delle persone (non sono uno psicanalista). Il mio obiettivo è capire perché, in questo momento storico, migliaia di persone, in Italia e nel mondo, hanno sospeso una battaglia politica di estrema attualità, importanza e rilevanza (la lotta al cambiamento climatico, che coinvolge il mondo intero e riguarda il futuro di tutta l’umanità) per impegnarsi in un’altra più (mi si perdoni il termine) marginale (la situazione di una popolazione di 2 milioni di persone in un piccolo angolo del mondo). Quando una scelta non riguarda più pochi singoli ma migliaia di persone, credo che un minimo di rilievo sociologico ci sia.
In questo ragionamento credo che si debba tenere conto di tre fattori storico-sociali fondamentali.
- Negli ultimi 15 anni, i principali movimenti di lotta climatica (penso soprattutto ai FFF e a Extinction Rebellion) e di mobilitazione pro Palestina non hanno quasi mai partecipato direttamente a consultazioni elettorali nazionali, né, quindi, alle assemblee elettive dei rispettivi paesi.
- Questi movimenti di mobilitazione di massa sono figli della globalizzazione: non hanno confini nazionali, solo in parte mirano a cambiare le leggi dei propri paesi. L’obiettivo della lotta è globale, sia nell’attivismo climatico (perché il problema è di tutto il mondo) sia nell’attivismo pro Pal (perché si ritiene che tutti i governi possano fare qualcosa per migliorare la situazione).
- Il ruolo dei media è fondamentale. Il cambiamento climatico e la questione palestinese sono sotto i riflettori dei media di tutto il mondo da anni. In particolare nell’ultimo anno la vicenda di Gaza è stata costantemente da prima pagina dei quotidiani e dei siti di informazione, oltre che onnipresente nei post social. Non solo: la diffusione mediatica delle azioni di lotta è per questi movimenti uno strumento imprescindibile: ogni manifestazione, ogni azione deve essere documentata e diffusa sui social. La comunicazione è diventata, in certi casi, non più il fine ma il mezzo.
Aggiungo anche un quarto fattore, dedotto più da un’interpretazione personale che da un’analisi oggettiva: ciò che spinge gli attivisti, più di ogni altra cosa, a impegnarsi in un’azione di lotta non è tanto la possibilità del raggiungimento di un risultato, ma la percezione di un enorme senso di ingiustizia. Se ci facciamo caso sia i movimenti per il clima che i gruppi pro Pal riconducono spesso le loro battaglie a delle questioni di giustizia (giustizia ambientale i primi, giustizia politica i secondi). E quando l’ingiustizia, anche a causa dell’amplificazione mediatica, diventa palese, l’impegno attivistico non è più solo una scelta, ma è percepito come un imperativo morale. Addirittura, se non si agisce o non si prende posizione, si può essere accusati di complicità con l’oppressore.
Tenendo conto di tutti questi preamboli, possiamo finalmente provare a dare una risposta alla domanda iniziale. Quello che è avvenuto nell’ultimo anno mostra, io credo, cosa è diventato l’attivismo politico. L’attivismo oggi non ha confini, le mobilitazioni sono globali, nel senso che coinvolgono persone di diverse nazionalità e rivolgono le loro richieste a qualcuno che sta sopra i propri governanti: possono essere l’Unione Europea, l’ONU, il G7 o il gruppo indistinto dei “potenti della Terra”. La possibilità concreta di raggiungere un risultato diventa più lontana, non fosse altro che sono lontani gli ipotetici destinatari delle rivendicazioni. Ciò che davvero spinge l’attivista a impegnarsi è la convinzione che sia un dovere lottare per le ingiustizie più “grandi”. Dove grandi non vuol dire, però, quelle che coinvolgono più persone, ma quelle che, complici i media (che diventano quindi una causa e uno scopo dell’attivismo), sono sentite come più gravi. Come la questione palestinese che, nel 2024-2025, ha mediaticamente schiacciato tutte le altre lotte ambientali.
Sulla base di questa riflessione, mi sorgono allora ulteriori domande.
- Ha senso un attivismo politico che considera il raggiungimento di risultati concreti solo come obiettivo secondario? Un attivismo che vive solo di manifestazioni e comunicazione social ma che non conclude nulla non può sperare di avere vita lunga nei consensi.
- Siamo davvero sicuri che le mobilitazioni internazionali senza confini possano funzionare? È vero che il cambiamento climatico è globale e che in Europa molta normativa ambientale proviene dall’UE e quindi un possibile interlocutore potrebbe essere il Parlamento europeo; ma come spesso le istituzioni europee o sovranazionali sono percepite lontane dalla popolazione, così anche le manifestazioni che si rivolgono ad esse sembrano spesso autoreferenziali.
- Non sarebbe il caso, allora, di tornare a concepire un attivismo più vicino, su scala locale e nazionale, centrato sui problemi del proprio Paese e finalizzato anche al dialogo costruttivo con la politica?
Pensiamoci.


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