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  • Stato e istituzioni: cosa pensa l’attivista?

    Stato e istituzioni: cosa pensa l’attivista?

    Nell’articolo Politica e socialità: quale futuro? abbiamo analizzato lo stato di benessere sociale della popolazione italiana dal punto di vista della partecipazione politica. Il quadro che ne è emerso è piuttosto critico: nonostante la maggior parte della popolazione provi un significativo grado di fiducia nelle altre persone e che il coinvolgimento in attività sociali (associazioni ricreative, culturali, sportive, religiose) si mantenga su livelli alti, quando si tratta di partiti e politica l’interesse generale cala, soprattutto tra i più giovani. Ne risente di fatto anche il nostro benessere collettivo, perché non partecipare più alla vita politica significa rinunciare a un elemento importante di coesione comunitaria. Il sesto capitolo del Rapporto BES dell’ISTAT approfondisce il rapporto tra cittadini e istituzioni, evidenziando alcune tendenze già anticipate nel capitolo precedente.

    Dal voto all’attivismo

    Nonostante negli ultimi dieci anni diversi indicatori di fiducia (nel Parlamento italiano, nel sistema giudiziario, nei partiti, nelle forza dell’ordine) siano mediamente aumentati, la partecipazione elettorale, manifestazione più evidente dell’interesse politico della popolazione, è passata dal 58,7% del 2014 al 49,8% del 2024. Se non vogliamo prendere come riferimento questi dati, che si riferiscono alle elezioni europee, possiamo considerare le elezioni politiche in un periodo equivalente, da quelle del 2013 (75%) alle ultime del 2022 (64%). In entrambi i casi assistiamo comunque a una riduzione dell’affluenza intorno al 10%.

    I dati della partecipazione agli appuntamenti elettorali nascondono la realtà ben più complessa e variegata dell’impegno politico dei giorni nostri. Se infatti ci spostiamo dal problema del voto a quello dell’attivismo, ci rendiamo conto che il rapporto con lo Stato e le sue istituzioni non è affatto inteso univocamente, ma si concretizza in molteplici forme e atteggiamenti, spesso anche di ostilità.

    Sarebbe ormai estremamente riduttivo far equivalere l’impegno politico alla militanza nei partiti tradizionali. Negli ultimi decenni gli iscritti ai partiti sono calati in modo drastico e le forme di impegno civico-politico si sono enormemente differenziate, complice anche la crescente pervasività del digitale.

    Se in particolare ci focalizziamo sui soggetti in qualche modo riconducibili all’attivismo ambientale-ecologista, ci si può facilmente rendere conto delle differenze non solo nelle forme di azione politica, ma anche nel rapporto con le istituzioni pubbliche e nella stessa concezione dell’organismo statale. Basta pensare a come agiscono e quali sono gli obiettivi di movimenti/associazioni diversissimi come Fridays For Future, Extinction Rebellion, Greenpeace, Legambiente, i comitati No Tav, il Movimento per la Decrescita Felice, il collettivo di fabbrica ex-GKN, il WWF, solo per citarne alcuni.

    Credo che valga la pena, in questo articolo, provare a compiere una piccola classificazione dell’attivismo ambientalista in Italia secondo il criterio del rapporto con le istituzioni politiche. Non per un semplice intento divulgativo, ma per avere un nuovo quadro strategico per poter concertare, in futuro, eventuali azioni congiunte. Le diverse concezioni del rapporto con lo Stato possono costituire infatti un grosso ostacolo al lavoro di rete, indispensabile se si pensa che ciascuna di queste realtà, da sola, ha un peso politico non determinante. Conoscere i diversi atteggiamenti nei confronti dell’autorità pubblica potrà aiutare ciascun movimento o associazione a riconoscere le realtà più simili alla propria per poter organizzare attività e azioni con chiarezza reciproca.

    Il problema della definizione del soggetto

    Quando parliamo di attivismo ambientalista ci scontriamo subito con un problema di partenza. Qual è la sua definizione esatta? Cos’hanno in comune un movimento come Fridays For Future e un’associazione come Legambiente? Quali sono gli elementi caratterizzanti, nelle idee e nelle pratiche, dell’ambientalismo? Potremmo anzi chiederci: ha senso parlare in generale di attivismo ambientalista? Non si rischia di semplificare eccessivamente una grande varietà di posizioni e di prassi?

    Proprio per ridurre al minimo questo rischio, penso sia metodologicamente più corretto rinunciare a una definizione univoca e provare invece a elencare alcuni tratti ideologici caratterizzanti che questi movimenti condividono tra loro almeno in parte. Sperando di non essere io stesso eccessivamente riduzionista, direi che un’associazione o movimento o partito può considerarsi ambientalista se sostiene almeno alcuni tra i seguenti principi:

    • Consapevolezza della causa umana del cambiamento climatico e conseguente impegno per ridurre l’impatto dell’uomo sugli ecosistemi
    • Critica ai dogmi neo-liberisti della crescita infinita, dell’incentivo al consumo, delle privatizzazioni
    • Difesa degli ecosistemi naturali contro attività di cementificazione, industrializzazione, urbanizzazione
    • Rispetto di tutte le forme di vita, dalla semplice tutela di specie vegetali o animali protette fino a forme di equiparazione con la specie umana (anti-specismo)
    • Interpretazione sociale della crisi climatica come responsabilità principale dei gruppi umani più ricchi e privilegiati nei confronti dei più poveri ed emarginati attraverso forme di sfruttamento, colonialismo, discriminazione
    • Visione della tecnologia sia come mezzo di amplificazione delle disuguaglianze e dell’impatto umano sull’ambiente, sia come opportunità di emancipazione materiale delle persone
    • Non-violenza, pacifismo, anti-razzismo, rispetto integrale della persona umana senza alcuna forma di discriminazione.

    Un tentativo di classificazione

    Una volta accettata questa definizione operativa, possiamo tentare di classificare i movimenti ambientalisti in base al loro atteggiamento nei confronti dello Stato. Ad un’estrema eterogeneità dei soggetti corrisponde una altrettanto ampia varietà di posizioni che, per comodità, possono essere riassunte in quattro macro-categorie:

    1. Ecologismo radicale
    2. Municipalismo libertario
    3. Eco-socialismo
    4. Ambientalismo istituzionale

    1. Ecologismo radicale

    Ne fanno parte movimenti come Extincion Rebellion (XR) e Ultima Generazione. Il loro obiettivo, nonostante la pratica di azioni di disobbedienza nonviolenta come i blocchi stradali, non è abbattere lo Stato. Essi ritengono che le attuali istituzioni democratiche (governo, parlamento) siano ostaggio degli interessi fossili e strutturalmente incapaci di agire a lungo termine a causa dei cicli elettorali brevi.

    Come afferma l’attivista di XR Caroline Grebbell:

    Il termine disobbedienza civile identifica il rifiuto attivo e non violento di certe disposizioni governative: un modo per segnalare che i cittadini sono disposti ad infrangere la legge per opporsi a misure percepite come ingiuste. L’obiettivo di un’azione di disobbedienza civile è quello di interrompere la quotidianità ed attirare l’attenzione generale, scatenando dibattiti sulla necessità di cambiare in modo radicale e progressivo alcuni elementi della nostra società e del mondo in cui viviamo.

    Emerge quindi un forte scetticismo nei confronti del parlamentarismo classico. La proposta chiave è l’istituzione delle Assemblee dei Cittadini, formate da persone estratte a sorte e affiancate da scienziati ed esperti. La vera democrazia decisionale deve bypassare la mediazione dei partiti tradizionali, pur chiedendo allo Stato e al governo di legalizzare e recepire le decisioni di queste assemblee.

    2. Municipalismo libertario

    A questa categoria appartengono molti comitati territoriali contro grandi opere, discariche, progetti di industrializzazione o cementificazione, come il movimento No TAV. Rappresentano l’anima più longeva e radicata dell’attivismo italiano, dove l’istanza ecologista si è fusa con la difesa del territorio. In questo caso Lo Stato centrale e il governo (spesso anche l’Unione Europea) vengono percepiti come entità impositrici, che decidono dall’alto sopra la testa delle comunità locali, favorendo gli interessi del grande capitale. Lo Stato non è un alleato, ma una controparte burocratica e militarizzata. Il destino di un luogo deve essere deciso democraticamente da chi ci abita, di chi vive sulla propria pelle l’esito delle decisioni politiche. Il potere deve essere federato dal basso verso l’alto e occorre ridiscutere il concetto stesso di sovranità statale. Nel libro-antologia “A sarà düra. Storie di vita e di militanza No Tav”, alcuni esponenti storici hanno ridefinito il concetto stesso di istituzione in aperta rottura con l’architettura costituzionale dello Stato:

    Ci dicono che siamo contro le istituzioni. Ma le istituzioni siamo noi, sono i sindaci della Valle che marciano con la fascia tricolore insieme ai cittadini, sono le assemblee dei Comuni che deliberano all’unanimità contro l’opera. Lo Stato che manda l’esercito a occupare militarmente i nostri boschi non è un’istituzione democratica: è una forza d’occupazione coloniale che risponde a interessi privati.

    3. Eco-socialismo

    Nel riconoscere il sistema neo-liberista come primo responsabile della crisi ambientale, molti movimenti declinano le proprie istanze ecologiste principalmente in chiave anticapitalista. Il nemico non è lo Stato in sé, ma il modo di produzione capitalista, di cui lo Stato è semplicemente il braccio regolatore e poliziesco. La visione strategica mira a una convergenza delle lotte tra ecologia e lavoro; viene inoltre affermata la necessità di una pianificazione democratica della transizione, contrapposta alla transizione ecologica “di mercato” guidata dall’Unione Europea e dai governi. Fanno parte di questa categoria realtà come Potere al Popolo e il collettivo di fabbrica ex-GKN, che attraverso i propri portavoce, ha dichiarato:

    La transizione ecologica o è una transizione di classe o è solo l’ennesima ristrutturazione capitalistica sulla pelle dei lavoratori. Non ci interessa difendere la produzione di componenti per auto endotermiche a vita, ma non accettiamo che la ‘svolta verde’ diventi un pretesto per licenziare. Lo Stato deve nazionalizzare, ma la pianificazione di cosa e come produrre deve partire dal controllo operaio e dal territorio. Noi abbiamo il piano industriale pronto, mancano i decreti.

    4. Ambientalismo istituzionale

    A questa categoria appartengono quei movimenti che rappresentano l’associazionismo storico, nato tra gli anni ’70 e ’80, formalmente riconosciuto dalle leggi dello Stato. Per queste realtà lo Stato è il regolatore fondamentale e l’interlocutore primario. Credono fermamente nel parlamentarismo, nella legalità costituzionale (celebrando la recente modifica degli articoli 9 e 41 della Costituzione sulla tutela dell’ambiente) e nell’europeismo. Per loro, l’Unione Europea e i suoi regolamenti (come il Green Deal) sono la leva principale per costringere i governi nazionali recalcitranti ad aggiornare le proprie politiche. Il potere decisionale deve essere lasciato alle istituzioni democratiche tradizionali, fortemente influenzate però dall’azione di lobbying delle associazioni e dal sapere della comunità scientifica. La lotta politica viene portata avanti attraverso la concertazione, le petizioni, i ricorsi legali e con la spinta legislativa. Fanno parte di questo gruppo associazioni storiche come Legambiente, WWF, Greenpeace.

    In un’intervista rilasciata a La Nuova Ecologia (la rivista ufficiale di Legambiente) l’attuale presidente nazionale Stefano Ciafani, parlando dei ritardi nei cantieri del PNRR e della transizione energetica, ha dichiarato:

    A chi contesta le opere di transizione energetica sui territori rispondiamo che la democrazia ha le sue regole. Lo Stato, attraverso le valutazioni di impatto ambientale (VIA) e i decreti ministeriali, ha la responsabilità e il diritto di decidere dove e come fare gli impianti strategici per il Paese. Chiediamo processi partecipativi, ma una volta che l’istituzione pubblica si esprime nel rispetto delle leggi, quella decisione va difesa.

    Conclusione

    Questa classificazione naturalmente non vuole essere né accademica né riduzionista, né intende incasellare forzatamente ogni associazione in una delle quattro categorie proposte. Nonostante l’arbitrarietà di ogni tentativo di schematizzazione, penso sia però importante prendere consapevolezza di quanto variegate siano le posizioni dell’attivismo ambientalista italiano nei confronti dello Stato. Qualunque scelta strategica di alleanze e convergenze che verrà assunta dalle realtà che incarnano questo attivismo dovrà gioco-forza tenere conto di questa diversità.

    Può sembrare davvero un’utopia pensare di costruire in un futuro prossimo un unico soggetto ambientalista con finalità, metodi e struttura unitari. Ma al di là di tutte le differenze, che rischiano di rappresentare una debolezza nella lotta politica, credo che possa costituire un punto di forza la condivisione di fatto di quei sette principi ideologici che abbiamo enunciato precedentemente. Ciò che più conta non è la differenza delle strade, ma la condivisione della meta.

  • Attivisti per cosa?

    Attivisti per cosa?

    Il 23 dicembre Greta Thunberg è stata arrestata (e poi rilasciata) a Londra durante una manifestazione in sostegno del gruppo Palestine Action, ritenuto di stampo terroristico dal governo britannico.

    Sono ormai diversi mesi che Greta partecipa a iniziative, anche molto importanti, in favore del popolo palestinese. Eppure tutti conoscono Greta per un altro attivismo, quello per l’ambiente. Greta è da anni il simbolo della mobilitazione giovanile nella lotta al cambiamento climatico. È lei che ha dato inizio ai Fridays For Future. La sua adesione ai movimenti pro Pal dura invece solo da giugno 2025. Visto che stiamo parlando di un personaggio importante, di un’attivista di primo piano, questa conversione dalle lotte per l’ambiente a quelle per la Palestina merita, io credo, un spazio di riflessione.

    Ripercorriamo brevemente le tappe fondamentali della storia di Greta. La sua notorietà ha inizio nel 2018. A fine agosto, in vista delle elezioni legislative del 9 settembre, Greta decide di scioperare dalle lezioni scolastiche per manifestare davanti al Parlamento svedese, chiedendo che il suo Paese si impegni a ridurre le emissioni di gas a effetto serra, come previsto dagli accordi di Parigi del 2015. La protesta prosegue anche dopo le elezioni: ogni venerdì Greta, puntualmente, manifesta davanti al Parlamento. Ha così inizio il movimento Fridays For Future, che si diffonde rapidamente in molti altri paesi, tra cui l’Italia. Nei mesi e negli anni successivi vengono organizzati scioperi per il clima che arrivano a coinvolgere milioni di persone. Greta diventa un’icona mondiale dell’attivismo climatico; addirittura tiene dei discorsi alle conferenze per il clima (COP), al Parlamento europeo, al Forum economico mondiale di Davos, all’ONU. Quando si parla di Greta si sa che il tema è la lotta al cambiamento climatico.

    Tutto questo cambia nel giugno 2025. L’operazione militare dell’esercito israeliano a Gaza, iniziata nell’ottobre 2023, suscita nel mondo crescenti perplessità, critiche, indignazione, rabbia; si diffonde sempre più l’idea che a Gaza sia in corso un genocidio a danno del popolo palestinese. Questa situazione raggiunge il culmine, anche mediatico, nell’estate 2025. Greta decide di imbarcarsi (il verbo non è casuale) in un’altra lotta, quella a sostegno del popolo palestinese. Nel giugno 2025 prende parte alla missione navale della Gaza Freedom Flotilla, con l’obiettivo di raggiungere la Striscia di Gaza rompendo il blocco navale dell’esercito israeliano. Parteciperà successivamente ad altre azioni importanti (quella più famosa sarà la Global Sumud Flotilla in agosto-settembre), fino alla manifestazione del 23 dicembre a Londra.

    La domanda a questo punto sorge spontanea: perché Greta ha interrotto l’attivismo climatico e ha voluto dedicarsi anima e corpo alla causa palestinese? Non è, in verità, una domanda solo su Greta (delle cui motivazioni personali può interessarci fino a un certo punto). Stiamo parlando di una questione che riguarda l’attivismo europeo in generale. Sono tante le persone (molte le conosco personalmente) che, col progredire della risonanza mediatica dell’operazione militare a Gaza, hanno sempre più tralasciato altre lotte, soprattutto di carattere ambientale, per organizzare o partecipare a manifestazioni in favore della popolo palestinese. Il picco di questo fenomeno è stato tra settembre e ottobre, quando si sono tenute le manifestazioni più rilevanti, in Italia e in Europa (il 3 ottobre lo sciopero è stato organizzato dalla CGIL). Poi a partire da ottobre l’esercito israeliano ha progressivamente ritirato le truppe da Gaza; l’attenzione mediatica, la tensione collettiva e le manifestazioni si sono globalmente ridotte. Vedremo se questa tendenza tornerà a invertirsi nei prossimi mesi.

    La domanda allora è, di nuovo: perché tanti attivisti, come Greta, hanno sospeso le lotte ambientali per dedicarsi alla causa palestinese? Tenterò di dare la mia versione, mettendo però in chiaro l’oggetto del ragionamento: non mi interessa indagare i motivi delle scelte individuali delle persone (non sono uno psicanalista). Il mio obiettivo è capire perché, in questo momento storico, migliaia di persone, in Italia e nel mondo, hanno sospeso una battaglia politica di estrema attualità, importanza e rilevanza (la lotta al cambiamento climatico, che coinvolge il mondo intero e riguarda il futuro di tutta l’umanità) per impegnarsi in un’altra più (mi si perdoni il termine) marginale (la situazione di una popolazione di 2 milioni di persone in un piccolo angolo del mondo). Quando una scelta non riguarda più pochi singoli ma migliaia di persone, credo che un minimo di rilievo sociologico ci sia.

    In questo ragionamento credo che si debba tenere conto di tre fattori storico-sociali fondamentali.

    • Negli ultimi 15 anni, i principali movimenti di lotta climatica (penso soprattutto ai FFF e a Extinction Rebellion) e di mobilitazione pro Palestina non hanno quasi mai partecipato direttamente a consultazioni elettorali nazionali, né, quindi, alle assemblee elettive dei rispettivi paesi.
    • Questi movimenti di mobilitazione di massa sono figli della globalizzazione: non hanno confini nazionali, solo in parte mirano a cambiare le leggi dei propri paesi. L’obiettivo della lotta è globale, sia nell’attivismo climatico (perché il problema è di tutto il mondo) sia nell’attivismo pro Pal (perché si ritiene che tutti i governi possano fare qualcosa per migliorare la situazione).
    • Il ruolo dei media è fondamentale. Il cambiamento climatico e la questione palestinese sono sotto i riflettori dei media di tutto il mondo da anni. In particolare nell’ultimo anno la vicenda di Gaza è stata costantemente da prima pagina dei quotidiani e dei siti di informazione, oltre che onnipresente nei post social. Non solo: la diffusione mediatica delle azioni di lotta è per questi movimenti uno strumento imprescindibile: ogni manifestazione, ogni azione deve essere documentata e diffusa sui social. La comunicazione è diventata, in certi casi, non più il fine ma il mezzo.

    Aggiungo anche un quarto fattore, dedotto più da un’interpretazione personale che da un’analisi oggettiva: ciò che spinge gli attivisti, più di ogni altra cosa, a impegnarsi in un’azione di lotta non è tanto la possibilità del raggiungimento di un risultato, ma la percezione di un enorme senso di ingiustizia. Se ci facciamo caso sia i movimenti per il clima che i gruppi pro Pal riconducono spesso le loro battaglie a delle questioni di giustizia (giustizia ambientale i primi, giustizia politica i secondi). E quando l’ingiustizia, anche a causa dell’amplificazione mediatica, diventa palese, l’impegno attivistico non è più solo una scelta, ma è percepito come un imperativo morale. Addirittura, se non si agisce o non si prende posizione, si può essere accusati di complicità con l’oppressore.

    Tenendo conto di tutti questi preamboli, possiamo finalmente provare a dare una risposta alla domanda iniziale. Quello che è avvenuto nell’ultimo anno mostra, io credo, cosa è diventato l’attivismo politico. L’attivismo oggi non ha confini, le mobilitazioni sono globali, nel senso che coinvolgono persone di diverse nazionalità e rivolgono le loro richieste a qualcuno che sta sopra i propri governanti: possono essere l’Unione Europea, l’ONU, il G7 o il gruppo indistinto dei “potenti della Terra”. La possibilità concreta di raggiungere un risultato diventa più lontana, non fosse altro che sono lontani gli ipotetici destinatari delle rivendicazioni. Ciò che davvero spinge l’attivista a impegnarsi è la convinzione che sia un dovere lottare per le ingiustizie più “grandi”. Dove grandi non vuol dire, però, quelle che coinvolgono più persone, ma quelle che, complici i media (che diventano quindi una causa e uno scopo dell’attivismo), sono sentite come più gravi. Come la questione palestinese che, nel 2024-2025, ha mediaticamente schiacciato tutte le altre lotte ambientali.

    Sulla base di questa riflessione, mi sorgono allora ulteriori domande.

    • Ha senso un attivismo politico che considera il raggiungimento di risultati concreti solo come obiettivo secondario? Un attivismo che vive solo di manifestazioni e comunicazione social ma che non conclude nulla non può sperare di avere vita lunga nei consensi.
    • Siamo davvero sicuri che le mobilitazioni internazionali senza confini possano funzionare? È vero che il cambiamento climatico è globale e che in Europa molta normativa ambientale proviene dall’UE e quindi un possibile interlocutore potrebbe essere il Parlamento europeo; ma come spesso le istituzioni europee o sovranazionali sono percepite lontane dalla popolazione, così anche le manifestazioni che si rivolgono ad esse sembrano spesso autoreferenziali.
    • Non sarebbe il caso, allora, di tornare a concepire un attivismo più vicino, su scala locale e nazionale, centrato sui problemi del proprio Paese e finalizzato anche al dialogo costruttivo con la politica?

    Pensiamoci.