Proseguiamo l’analisi del Rapporto BES (Benessere Equo e Sostenibile) pubblicato dall’ISTAT e relativo all’anno 2024. Il secondo capitolo è dedicato a Istruzione e Formazione. I dati pubblicati sono molteplici e le tendenze da analizzare sarebbero tante. Il prospetto sintetico all’inizio del capitolo ci rivela però sostanzialmente due fenomeni in corso nel sistema di istruzione e formazione italiano.
Innanzitutto è aumentata a tutti i livelli la partecipazione al sistema educativo. Rispetto all’anno precedente aumentano le persone con almeno un diploma (dal 65,5% al 66,7%), aumentano i giovani laureati e con titoli terziari (dal 30,6% al 31,6%), i NEET diminuiscono al 15,2% (erano il 23,2% nel 2018) – questa forse è la notizia più bella – e aumentano i bambini iscritti agli asili nido (dal 19,6% del biennio 2013-2015 al 35,2% del biennio 2022-2024). La scuola italiana negli ultimi anni sembra davvero essere più inclusiva e accogliente e questo è sicuramente un aspetto positivo.
D’altra parte le competenze alfabetiche e numeriche (cioè in italiano e in matematica) negli ultimi anni non sono migliorate. La quota di studenti che non raggiunge adeguati livelli di competenze alfabetiche e numeriche non accenna ancora a diminuire dopo il drastico aumento avvenuto col Covid nel 2021. Parliamo del 41,4% dei ragazzi per italiano e del 44,3% per matematica. Questi dati sono ricavati dalle prove INVALSI che si svolgono ogni anno in tutte le scuole italiane, prove INVALSI che ci raccontano che dal 2021 gli studenti italiani globalmente non sono migliorati.
Questo è forse il dato più significativo se pensiamo che proprio a partire dal 2021 lo Stato italiano ha compiuto un grosso investimento tramite il PNRR, destinando notevoli risorse alle istituzioni scolastiche. L’investimento ha riguardato l’acquisto di dispositivi digitali, la formazione dei docenti, ma soprattutto l’attivazione di percorsi laboratoriali dedicati agli studenti più fragili. Eppure i risultati INVALSI sembrano suggerire che l’impatto del PNRR è stato minimo. Come è possibile questo? Può darsi che una buona parte delle risorse stanziate dal PNRR non sia stata effettivamente spesa; può darsi che serva ancora del tempo per valutare il ritorno dell’investimento. Ma forse un’analisi già ora si può comunque fare.
Partiamo dal presupposto che i dati INVALSI a cui l’ISTAT fa riferimento si riferiscono alle scuole medie, perché è l’ultimo grado di scuola in cui gli studenti non si sono ancora differenziati prima della scelta della scuola superiore. Se infatti andiamo a vedere come si distribuiscono e come variano i risultati nei diversi indirizzi di studio (licei, istituti tecnici e istituti professionali), notiamo già un quadro più variegato.
Nei licei la percentuale degli studenti che riesce a raggiungere i traguardi minimi in italiano è rimasta pressoché invariata (nei licei scientifici, classici e linguistici è passata dall’87% del 2021 all’84% del 2025, negli altri licei è aumentata dal 64% al 66%), mentre negli istituti tecnici e professionali è peggiorata nettamente (dal 58% al 53% nei tecnici, dal 30% al 25% nei professionali). Quindi il divario tra licei e istituti professionali è addirittura aumentato: il liceo continua a mantenere buone competenze negli studenti in uscita, mentre i professionali soffrono sempre di più.
A questo punto iniziamo a focalizzarci meglio sul problema e a chiarire alcune questioni. Perché sono anni che sentiamo ripetere, soprattutto dalla nostra classe intellettuale, politica e giornalistica, che la scuola va cambiata, che la scuola non è all’altezza dei problemi educativi dei nostri giovani, che la scuola deve fare di più in qualunque sfera della vita umana. Eppure qualcosa è stato fatto, eccome. Intanto alla scuola negli ultimi anni sono arrivati tanti soldi (solo col PNRR parliamo di 2 miliardi di euro). Inoltre chi non lavora nel settore dell’Istruzione forse non si rende conto di quante riforme importanti e impattanti ha vissuto la scuola solo negli ultimi dieci anni. Piccolo elenco assolutamente non esaustivo:
- 2015: Riforma della Buona Scuola
- 2017: D.Lgs 61 (Riforma degli istituti professionali) e D.Lgs 66 (Decreto Inclusione)
- 2019: Legge 92 (Introduzione dell’Educazione Civica)
- 2020: O.M 172 (Riforma della valutazione nella scuola primaria) e D.I 182 (Nuovo modello nazionale del Piano Educativo Individualizzato)
- 2022: Legge 79 (Riforma del reclutamento dei docenti) e D.M 328 (Riforma dell’orientamento)
- 2024: Legge 106 (Continuità dei docenti di sostegno), Legge 121 (Filiera formativa tecnologico-professionale 4+2), Legge 150 (Riforma del voto in condotta), DL 71 (Inclusione degli alunni stranieri)
- 2025: Legge 127 (Riforma dell’Esame di Stato)
Dunque quello che si osserva è che negli ultimi anni la scuola italiana è davvero cambiata, ha ricevuto tante risorse, ma chi veramente ne ha beneficiato non sono gli studenti più fragili, quelli degli istituti professionali, ma quelli dei licei. Lì in effetti gli interventi normativi e finanziari hanno funzionato. Per gli altri ragazzi no: perché? È sempre colpa della scuola? A sentire i nostri politici, intellettuali e giornalisti sembra che il problema (e quindi il rimedio) sia sempre solo lì.
Il sospetto che viene è che, quando essi si riferiscono alla scuola (intendo in particolare la scuola superiore), non abbiano in mente la scuola italiana nella sua globalità, ma sempre e solo i licei! Cioè quel tipo di scuola da cui probabilmente provengono, che è stata il fulcro della loro crescita giovanile e sulla quale innestano i loro ricordi di gioventù. Fateci caso: quante volte nei dibattiti pubblici, quando ci si riferisce alle scuole superiori, sentiamo parlare solo dei licei? Quante volte sentiamo iniziare un discorso riferito alla scuola del passato con “quando ero al liceo”? O ancora, quando ci sono gli esami di maturità e vengono comunicate le materie di seconda prova, qual è il solito titolo? “Latino al liceo classico, matematica allo scientifico”. E le altre scuole?
Dunque quando gli intellettuali pensano alle emergenze educative dei nostri ragazzi, l’unico rimedio che si sente loro ripetere è che ci vuole più scuola: ma è ovvio che queste persone dicano così! Perché per loro la scuola è stata l’esperienza più importante dell’adolescenza, quella che gli ha consentito di fare l’università prima e di costruire la propria carriera poi. Io credo che non ci si renda conto che non per tutti i ragazzi è così: per una buona parte dei ragazzi che frequentano i professionali la scuola non è il fondamento del proprio progetto di vita. Lasciatevelo dire da uno che nei professionali insegna ormai da qualche anno. Ciò non vuol dire che a questi ragazzi non importi nulla della scuola, ma che semplicemente non è al centro dei loro pensieri e che non sarà su di essa che costruiranno il proprio futuro.
Ora forse può apparire più chiaro perché tutti gli interventi che lo Stato ha messo in campo siano serviti a poco o nulla nei professionali: semplicemente perché non hanno trovato terreno fertile, perché quei ragazzi ne sono rimasti tutto sommato indifferenti; soprattutto perché – e questo è secondo me l’argomento decisivo – non è il tempo a scuola che garantisce il sedimentarsi dell’apprendimento formale, ma è quello fuori da scuola. I ragazzi passano a scuola 5-6 ore al giorno: e le altre ore, che fanno? È qui, io credo, che si consuma il vero divario. Gli studenti dei licei, oltre a essere più motivati e coinvolti dalla vita scolastica (perché è l’assicurazione sul loro futuro), grazie soprattutto al background familiare hanno molte più occasioni di apprendimento informale e non formale. Gli studenti dei professionali invece sono meno motivati, vogliono già andare a lavorare, spesso già lo fanno nel pomeriggio e generalmente, a causa anche del fatto che molti di essi sono stranieri o vivono in contesti familiari difficili, hanno molte meno occasioni di apprendimento.
Visto che parliamo anche di emergenza educativa e di disagio giovanile, questo problema riguarda anche la sfera etica. Quali occasioni hanno i ragazzi per la propria crescita morale? Una volta oltre alle scuole c’erano le parrocchie, c’erano i partiti politici, c’erano le associazioni giovanili. Ci sono ancora, ma molto meno diffuse. A prescindere che ciò sia un bene o un male, a guardarsi intorno non pare che siano nate delle nuove istituzioni educative che abbiano preso il posto di quelle vecchie. O ancora, una volta i ragazzi guardavano tanto la televisione. E alla televisione spesso si vedevano programmi, cartoni, film, che avevano anche dei contenuti morali. Oggi i ragazzi usano tantissimo il telefono; ma anche in questo caso sembra che il problema sia l’uso del telefono in sé. No, il problema è che al telefono, sui social, i ragazzi sono molto più esposti a contenuti con scarso contenuto morale. Altro che riforma scolastica.
Qual è quindi la morale della favola? Che la scuola è fondamentale, è importante investirci, riformarla e aggiornarla, ma non dobbiamo pensare che possa essere il toccasana a tutti i bisogni educativi dei giovani. Il maggiore spazio di lavoro per noi adulti è il tempo fuori da scuola, virtuale e in presenza. Dobbiamo ingegnarci per trovare nuove modalità e nuovi spazi per la crescita morale e culturale delle future generazioni, soprattutto per i più emarginati. È una sfida difficilissima, ma necessaria.

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