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  • Stato e istituzioni: cosa pensa l’attivista?

    Stato e istituzioni: cosa pensa l’attivista?

    Nell’articolo Politica e socialità: quale futuro? abbiamo analizzato lo stato di benessere sociale della popolazione italiana dal punto di vista della partecipazione politica. Il quadro che ne è emerso è piuttosto critico: nonostante la maggior parte della popolazione provi un significativo grado di fiducia nelle altre persone e che il coinvolgimento in attività sociali (associazioni ricreative, culturali, sportive, religiose) si mantenga su livelli alti, quando si tratta di partiti e politica l’interesse generale cala, soprattutto tra i più giovani. Ne risente di fatto anche il nostro benessere collettivo, perché non partecipare più alla vita politica significa rinunciare a un elemento importante di coesione comunitaria. Il sesto capitolo del Rapporto BES dell’ISTAT approfondisce il rapporto tra cittadini e istituzioni, evidenziando alcune tendenze già anticipate nel capitolo precedente.

    Dal voto all’attivismo

    Nonostante negli ultimi dieci anni diversi indicatori di fiducia (nel Parlamento italiano, nel sistema giudiziario, nei partiti, nelle forza dell’ordine) siano mediamente aumentati, la partecipazione elettorale, manifestazione più evidente dell’interesse politico della popolazione, è passata dal 58,7% del 2014 al 49,8% del 2024. Se non vogliamo prendere come riferimento questi dati, che si riferiscono alle elezioni europee, possiamo considerare le elezioni politiche in un periodo equivalente, da quelle del 2013 (75%) alle ultime del 2022 (64%). In entrambi i casi assistiamo comunque a una riduzione dell’affluenza intorno al 10%.

    I dati della partecipazione agli appuntamenti elettorali nascondono la realtà ben più complessa e variegata dell’impegno politico dei giorni nostri. Se infatti ci spostiamo dal problema del voto a quello dell’attivismo, ci rendiamo conto che il rapporto con lo Stato e le sue istituzioni non è affatto inteso univocamente, ma si concretizza in molteplici forme e atteggiamenti, spesso anche di ostilità.

    Sarebbe ormai estremamente riduttivo far equivalere l’impegno politico alla militanza nei partiti tradizionali. Negli ultimi decenni gli iscritti ai partiti sono calati in modo drastico e le forme di impegno civico-politico si sono enormemente differenziate, complice anche la crescente pervasività del digitale.

    Se in particolare ci focalizziamo sui soggetti in qualche modo riconducibili all’attivismo ambientale-ecologista, ci si può facilmente rendere conto delle differenze non solo nelle forme di azione politica, ma anche nel rapporto con le istituzioni pubbliche e nella stessa concezione dell’organismo statale. Basta pensare a come agiscono e quali sono gli obiettivi di movimenti/associazioni diversissimi come Fridays For Future, Extinction Rebellion, Greenpeace, Legambiente, i comitati No Tav, il Movimento per la Decrescita Felice, il collettivo di fabbrica ex-GKN, il WWF, solo per citarne alcuni.

    Credo che valga la pena, in questo articolo, provare a compiere una piccola classificazione dell’attivismo ambientalista in Italia secondo il criterio del rapporto con le istituzioni politiche. Non per un semplice intento divulgativo, ma per avere un nuovo quadro strategico per poter concertare, in futuro, eventuali azioni congiunte. Le diverse concezioni del rapporto con lo Stato possono costituire infatti un grosso ostacolo al lavoro di rete, indispensabile se si pensa che ciascuna di queste realtà, da sola, ha un peso politico non determinante. Conoscere i diversi atteggiamenti nei confronti dell’autorità pubblica potrà aiutare ciascun movimento o associazione a riconoscere le realtà più simili alla propria per poter organizzare attività e azioni con chiarezza reciproca.

    Il problema della definizione del soggetto

    Quando parliamo di attivismo ambientalista ci scontriamo subito con un problema di partenza. Qual è la sua definizione esatta? Cos’hanno in comune un movimento come Fridays For Future e un’associazione come Legambiente? Quali sono gli elementi caratterizzanti, nelle idee e nelle pratiche, dell’ambientalismo? Potremmo anzi chiederci: ha senso parlare in generale di attivismo ambientalista? Non si rischia di semplificare eccessivamente una grande varietà di posizioni e di prassi?

    Proprio per ridurre al minimo questo rischio, penso sia metodologicamente più corretto rinunciare a una definizione univoca e provare invece a elencare alcuni tratti ideologici caratterizzanti che questi movimenti condividono tra loro almeno in parte. Sperando di non essere io stesso eccessivamente riduzionista, direi che un’associazione o movimento o partito può considerarsi ambientalista se sostiene almeno alcuni tra i seguenti principi:

    • Consapevolezza della causa umana del cambiamento climatico e conseguente impegno per ridurre l’impatto dell’uomo sugli ecosistemi
    • Critica ai dogmi neo-liberisti della crescita infinita, dell’incentivo al consumo, delle privatizzazioni
    • Difesa degli ecosistemi naturali contro attività di cementificazione, industrializzazione, urbanizzazione
    • Rispetto di tutte le forme di vita, dalla semplice tutela di specie vegetali o animali protette fino a forme di equiparazione con la specie umana (anti-specismo)
    • Interpretazione sociale della crisi climatica come responsabilità principale dei gruppi umani più ricchi e privilegiati nei confronti dei più poveri ed emarginati attraverso forme di sfruttamento, colonialismo, discriminazione
    • Visione della tecnologia sia come mezzo di amplificazione delle disuguaglianze e dell’impatto umano sull’ambiente, sia come opportunità di emancipazione materiale delle persone
    • Non-violenza, pacifismo, anti-razzismo, rispetto integrale della persona umana senza alcuna forma di discriminazione.

    Un tentativo di classificazione

    Una volta accettata questa definizione operativa, possiamo tentare di classificare i movimenti ambientalisti in base al loro atteggiamento nei confronti dello Stato. Ad un’estrema eterogeneità dei soggetti corrisponde una altrettanto ampia varietà di posizioni che, per comodità, possono essere riassunte in quattro macro-categorie:

    1. Ecologismo radicale
    2. Municipalismo libertario
    3. Eco-socialismo
    4. Ambientalismo istituzionale

    1. Ecologismo radicale

    Ne fanno parte movimenti come Extincion Rebellion (XR) e Ultima Generazione. Il loro obiettivo, nonostante la pratica di azioni di disobbedienza nonviolenta come i blocchi stradali, non è abbattere lo Stato. Essi ritengono che le attuali istituzioni democratiche (governo, parlamento) siano ostaggio degli interessi fossili e strutturalmente incapaci di agire a lungo termine a causa dei cicli elettorali brevi.

    Come afferma l’attivista di XR Caroline Grebbell:

    Il termine disobbedienza civile identifica il rifiuto attivo e non violento di certe disposizioni governative: un modo per segnalare che i cittadini sono disposti ad infrangere la legge per opporsi a misure percepite come ingiuste. L’obiettivo di un’azione di disobbedienza civile è quello di interrompere la quotidianità ed attirare l’attenzione generale, scatenando dibattiti sulla necessità di cambiare in modo radicale e progressivo alcuni elementi della nostra società e del mondo in cui viviamo.

    Emerge quindi un forte scetticismo nei confronti del parlamentarismo classico. La proposta chiave è l’istituzione delle Assemblee dei Cittadini, formate da persone estratte a sorte e affiancate da scienziati ed esperti. La vera democrazia decisionale deve bypassare la mediazione dei partiti tradizionali, pur chiedendo allo Stato e al governo di legalizzare e recepire le decisioni di queste assemblee.

    2. Municipalismo libertario

    A questa categoria appartengono molti comitati territoriali contro grandi opere, discariche, progetti di industrializzazione o cementificazione, come il movimento No TAV. Rappresentano l’anima più longeva e radicata dell’attivismo italiano, dove l’istanza ecologista si è fusa con la difesa del territorio. In questo caso Lo Stato centrale e il governo (spesso anche l’Unione Europea) vengono percepiti come entità impositrici, che decidono dall’alto sopra la testa delle comunità locali, favorendo gli interessi del grande capitale. Lo Stato non è un alleato, ma una controparte burocratica e militarizzata. Il destino di un luogo deve essere deciso democraticamente da chi ci abita, di chi vive sulla propria pelle l’esito delle decisioni politiche. Il potere deve essere federato dal basso verso l’alto e occorre ridiscutere il concetto stesso di sovranità statale. Nel libro-antologia “A sarà düra. Storie di vita e di militanza No Tav”, alcuni esponenti storici hanno ridefinito il concetto stesso di istituzione in aperta rottura con l’architettura costituzionale dello Stato:

    Ci dicono che siamo contro le istituzioni. Ma le istituzioni siamo noi, sono i sindaci della Valle che marciano con la fascia tricolore insieme ai cittadini, sono le assemblee dei Comuni che deliberano all’unanimità contro l’opera. Lo Stato che manda l’esercito a occupare militarmente i nostri boschi non è un’istituzione democratica: è una forza d’occupazione coloniale che risponde a interessi privati.

    3. Eco-socialismo

    Nel riconoscere il sistema neo-liberista come primo responsabile della crisi ambientale, molti movimenti declinano le proprie istanze ecologiste principalmente in chiave anticapitalista. Il nemico non è lo Stato in sé, ma il modo di produzione capitalista, di cui lo Stato è semplicemente il braccio regolatore e poliziesco. La visione strategica mira a una convergenza delle lotte tra ecologia e lavoro; viene inoltre affermata la necessità di una pianificazione democratica della transizione, contrapposta alla transizione ecologica “di mercato” guidata dall’Unione Europea e dai governi. Fanno parte di questa categoria realtà come Potere al Popolo e il collettivo di fabbrica ex-GKN, che attraverso i propri portavoce, ha dichiarato:

    La transizione ecologica o è una transizione di classe o è solo l’ennesima ristrutturazione capitalistica sulla pelle dei lavoratori. Non ci interessa difendere la produzione di componenti per auto endotermiche a vita, ma non accettiamo che la ‘svolta verde’ diventi un pretesto per licenziare. Lo Stato deve nazionalizzare, ma la pianificazione di cosa e come produrre deve partire dal controllo operaio e dal territorio. Noi abbiamo il piano industriale pronto, mancano i decreti.

    4. Ambientalismo istituzionale

    A questa categoria appartengono quei movimenti che rappresentano l’associazionismo storico, nato tra gli anni ’70 e ’80, formalmente riconosciuto dalle leggi dello Stato. Per queste realtà lo Stato è il regolatore fondamentale e l’interlocutore primario. Credono fermamente nel parlamentarismo, nella legalità costituzionale (celebrando la recente modifica degli articoli 9 e 41 della Costituzione sulla tutela dell’ambiente) e nell’europeismo. Per loro, l’Unione Europea e i suoi regolamenti (come il Green Deal) sono la leva principale per costringere i governi nazionali recalcitranti ad aggiornare le proprie politiche. Il potere decisionale deve essere lasciato alle istituzioni democratiche tradizionali, fortemente influenzate però dall’azione di lobbying delle associazioni e dal sapere della comunità scientifica. La lotta politica viene portata avanti attraverso la concertazione, le petizioni, i ricorsi legali e con la spinta legislativa. Fanno parte di questo gruppo associazioni storiche come Legambiente, WWF, Greenpeace.

    In un’intervista rilasciata a La Nuova Ecologia (la rivista ufficiale di Legambiente) l’attuale presidente nazionale Stefano Ciafani, parlando dei ritardi nei cantieri del PNRR e della transizione energetica, ha dichiarato:

    A chi contesta le opere di transizione energetica sui territori rispondiamo che la democrazia ha le sue regole. Lo Stato, attraverso le valutazioni di impatto ambientale (VIA) e i decreti ministeriali, ha la responsabilità e il diritto di decidere dove e come fare gli impianti strategici per il Paese. Chiediamo processi partecipativi, ma una volta che l’istituzione pubblica si esprime nel rispetto delle leggi, quella decisione va difesa.

    Conclusione

    Questa classificazione naturalmente non vuole essere né accademica né riduzionista, né intende incasellare forzatamente ogni associazione in una delle quattro categorie proposte. Nonostante l’arbitrarietà di ogni tentativo di schematizzazione, penso sia però importante prendere consapevolezza di quanto variegate siano le posizioni dell’attivismo ambientalista italiano nei confronti dello Stato. Qualunque scelta strategica di alleanze e convergenze che verrà assunta dalle realtà che incarnano questo attivismo dovrà gioco-forza tenere conto di questa diversità.

    Può sembrare davvero un’utopia pensare di costruire in un futuro prossimo un unico soggetto ambientalista con finalità, metodi e struttura unitari. Ma al di là di tutte le differenze, che rischiano di rappresentare una debolezza nella lotta politica, credo che possa costituire un punto di forza la condivisione di fatto di quei sette principi ideologici che abbiamo enunciato precedentemente. Ciò che più conta non è la differenza delle strade, ma la condivisione della meta.

  • Politica e socialità: quale futuro?

    Politica e socialità: quale futuro?

    Quando parliamo di relazioni personali, di rapporti umani e di famiglia, ci troviamo tutti d’accordo. Le relazioni umane sono un aspetto fondamentale della nostra vita; una buona rete di relazioni migliora il benessere delle persone, garantisce un potenziale supporto di tipo affettivo, sociale e materiale nei momenti di difficoltà. Non parliamo solo di relazioni tra persone vicine (famiglia, amici, conoscenti) ma anche di fiducia reciproca tra i membri di una comunità, che costituisce un’ulteriore misura del benessere collettivo di una società.

    Il quinto punto del Rapporto BES dell’ISTAT è proprio dedicato alle relazioni personali e traccia almeno nei suoi primi paragrafi un quadro piuttosto positivo riferito al nostro paese. Nel 2024 l’88% della popolazione sopra i 14 anni è abbastanza o molto soddisfatta delle relazioni familiari e il 79,7% lo è per le relazioni amicali. Più di 8 persone su 10 sentono di poter contare su amici, vicini e parenti non conviventi in caso di bisogno. Queste tendenze risultano stabili anche sul lungo periodo.

    Quando però il Rapporto inizia a parlare di partecipazione sociale, civica e politica, il quadro inizia ad assumere una tonalità diversa. Nel 2024 il 28,9% della popolazione dichiara di aver svolto almeno un’attività di partecipazione sociale, prendendo parte per esempio ad associazioni ricreative, culturali, politiche, civiche, sportive, religiose o spirituali. È vero che il valore è in crescita rispetto all’anno precedente (+2,8%) ma nel 2014 era al 33,1%. Stiamo comunque parlando di meno di un terzo della popolazione.

    Se poi ci focalizziamo nel dettaglio sulla partecipazione politica, ci rendiamo di essere di fronte a un fenomeno sociale importante e tendenzialmente negativo. Negli ultimi 10 anni la quota di persone che dichiarano di parlare di politica passa dal 43,0% al 29,0% (-14%) e la percentuale di popolazione che si informa dei fatti di politica diminuisce dal 62,1% al 48,2% (-13,9%). Oltre 19 milioni di italiani non si interessano minimamente di politica.

    Le differenze tra fasce d’età sono evidenti: l’interesse per la partecipazione civica e politica è più basso tra i giovani di 14-19 anni (43,4%) e tocca il picco massimo con gli adulti di 65-74 anni (65,0%). Cioè coloro che avrebbero più interesse a impegnarsi nella vita pubblica per costruirsi un futuro migliore sono invece la fascia di popolazione meno coinvolta, informata e interessata. E presumibilmente questa tendenza proseguirà anche nei prossimi anni .

    Di fronte a questi dati emergono due grandi domande: la prima, la più ovvia, è perché l’interesse per la politica ha subito questo drastico calo; la seconda, invece, riguarda proprio la nostra socialità: siamo sicuri che la qualità delle nostre relazioni sociali possa mantenersi buona se rinunciamo, come popolazione, ad occuparci della vita pubblica?

    Partiamo dalla prima domanda, che ovviamente non è nuova: il fenomeno della disaffezione politica è iniziato ormai qualche decennio fa e si è scritto già molto sulle sue possibili cause, che riassumerei in 4 punti:

    1. La fine dei partiti ideologici: i partiti di oggi, spesso senza sedi fisiche e senza una visione globale di lungo periodo, sono ormai dei semplici comitati elettorali interessati solo alla gestione del potere. Possono a volte attrarre l’elettorato grazie a figure di leader carismatici, ma appena questi si logorano il legame si interrompe.

    2. La politica spettacolo: la sensazione diffusa che su ogni tema si crei una polarizzazione estrema delle opinioni e quindi uno scontro urlato (e inconcludente) su social media e talk show genera un effetto di rigetto. La maggioranza della popolazione percepisce la politica come un semplice teatrino dove vige il gioco delle parti, un teatrino totalmente slegato dalle necessità quotidiane delle persone.

    3. Il tradimento delle promesse: programmi elettorali proclamati alla vigilia delle elezioni che poi vengono sistematicamente ignorati dai partiti una volta al governo sono diventati ormai la prassi; questo genera una mancanza di fiducia diffusa nelle forze politiche che si concretizza, alla fine, nell’astensione.

    4. L’impossibilità di cambiare: secondo le ultime indagini di Demopolis, oltre il 70% di chi si astiene alle elezioni giustifica la propria scelta con la frase “Tanto non cambia nulla”. Molti cittadini percepiscono che le decisioni cruciali (economia, politica estera, politica energetica) sono prese altrove (Bruxelles, Washington, mercati, BCE), mentre il dibattito nazionale rimane una recita su temi marginali.

    Credo siano tutte cause verissime. Ma se dovessi indicare quella più importante, sceglierei senz’altro quest’ultima. Perché è vero che l’offerta politica è scaduta, nei contenuti e nelle forme, e che i partiti politici sono diventati dei gusci vuoti, dediti solo all’amministrazione dell’esistente. Tutto questo però è frutto di un’assenza di responsabilità: se la politica italiana non può davvero incidere, se sui temi veramente importanti le istituzioni italiane non hanno voce in capitolo, quale incentivo reale hanno le forze politiche a dare il meglio di sé? A che serve essere un partito con un programma serio, degno di una fiducia con gli elettori costruita nel tempo, con dei leader seri, preparati e poco inclini allo spettacolo, se tutto questo alla fine non serve a nulla?

    Non voglio con questo giustificare la bassa qualità dell’offerta politica italiana per doverla accettare di conseguenza: vorrei piuttosto che ci rendessimo conto che quando un fenomeno non riguarda più solo un partito, ma tutti, e non solo gli ultimi 2-3 anni, ma gli ultimi 30-40 anni, assume un significato sociale e storico a sé e non ha più senso parlare di “colpe” della politica. Sarebbe come affermare che l’impero romano è caduto solo per colpa dei suoi imperatori. Troppo semplice. Troppo banale.

    I partiti non sono ormai più responsabili del destino del nostro Paese. I margini di manovra dei governi italiani nelle manovre finanziarie, sugli spostamenti di bilancio, sulle politiche migratorie, sulle scelte commerciali e le decisioni di politica estera, sono ridottissimi. Quando va bene, i vincoli esterni provengono dall’Unione Europea. Altrimenti dobbiamo accettare l’influenza di altre forme di potere: andamento dei mercati, FMI, BCE, NATO.

    Viene allora da chiedersi se queste cessioni di sovranità siano un bene per la nostra democrazia. Se l’effetto che producono è una concentrazione di potere nelle mani di poche istituzioni situate fuori dai confini nazionali, il popolo è privato nella sostanza del suo fondamentale diritto all’autodeterminazione. Le persone rinunciano allora a informarsi e a chiedersi chi votare alle prossime elezioni; l’argomento perde di interesse e smette di essere spunto di conversazione. A maggior ragione, se nessuno parla di politica, diventa improbabile che possano nascere dal basso nuove proposte e idee alternative all’attuale sistema. È un circolo vizioso: meno conta ciò che pensa la gente, meno questa si attiva, ancor meno essa conterà in futuro.

    In questa spirale negativa a perderci è inevitabilmente anche la nostra socialità. Se perdiamo uno dei motivi fondanti dello stare insieme, che è decidere collettivamente cosa fare di noi stessi, dei nostri territori, della nostra economia, delle nostre istituzioni, le relazioni personali sono destinate a ridursi, se non in quantità, almeno in qualità.

    La comparsa e la capillare diffusione dei social network ci ha dato l’illusione di avere ancora una rete fitta di relazioni personali, di poter dire la nostra su qualunque tematica e che la nostra opinione contasse ancora qualcosa. Anche la politica si è illusa. Il web e le piattaforme social sono diventate la piazza virtuale su cui diffondere petizioni, appelli, campagne. Ma nonostante il proliferare di queste azioni, la loro reale incisività rimane limitata. Perché la socialità (e quindi anche la politica) online non è di qualità. Si nutre solo di numeri per alimentari degli algoritmi. Ed è un gioco a somma zero, dove le innumerevoli opinioni scritte sui post si annichiliscono a vicenda.

    Certo, possiamo anche dirci che questa situazione ci sta bene così. Non è mica sempre esistita la democrazia. Se però abbiamo ancora delle velleità trasformative, se ancora non ci rassegniamo ad essere dei sudditi che contano solo come consumatori, non possiamo rinunciare a mantenere e alimentare delle relazioni personali vere, autentiche, vive. Dobbiamo tornare a discutere, a saperci confrontare anche con opinioni diverse dalle nostre, senza rinchiuderci nelle bolle tipiche dei social. È dalle discussioni più accese che possono nascere le convergenze migliori.

  • Il prezzo del benessere

    Il prezzo del benessere

    I dati ISTAT

    Mentre la popolazione italiana ed europea rimane in attesa di sapere quali potranno essere gli esiti dei conflitti mediorientali, noi proseguiamo con l’analisi del rapporto BES. Siamo giunti al quarto capitolo, un capitolo cruciale direi, perché parliamo di Benessere economico. Qual è la situazione economica generale dei cittadini italiani? Su questo i dati ISTAT appaiono più che positivi.

    Nel 2024 il reddito disponibile lordo pro-capite è aumentato del 2,7% rispetto all’anno precedente (in termini assoluti si è passati dai 17.744 euro del 2014 ai 22.977 del 2024), a fronte di un aumento del potere d’acquisto dell’1,3%. Aumenta anche la ricchezza media a prezzi costanti (anche se i dati sono fermi al 2022).

    Non ci sono variazioni significative rispetto al 2023 per quanto riguarda le percentuali, seppure alte, delle persone con grave deprivazione abitativa (5,6%), con grave deprivazione materiale e sociale (4,6%) e con difficoltà ad arrivare a fine mese (5,8%). Aumenta, invece, l’incidenza della povertà assoluta: 9,8% nel 2024, 5,7 milioni di individui, contro il 6,9% del 2014. Particolarmente significativa è, in questo come del resto in altri casi, la differenza tra il Nord Italia (8,8%) e il Mezzogiorno (12,5%).

    Ad integrare i dati sulla povertà vi è un approfondimento sull’aumento del costo medio delle abitazioni: in Italia comprare casa è sempre più difficile. Il livello medio dell’IPAB (Indice dei Prezzi delle Abitazioni) è aumentato del 7,4% negli ultimi dieci anni.

    Volendo riassumere questi dati in poche parole, potremmo affermare che siamo un Paese che si arricchisce globalmente ma con una distribuzione della ricchezza (monetaria e materiale) sempre più diseguale.

    Da dove proviene la nostra ricchezza

    Vorrei però, in questo spazio, provare a ragionare su un’altra questione. È vero, in Italia abbiamo un buon livello di benessere economico, ancorché mal distribuito. Ma qual è l’origine di questo benessere? Da dove ricaviamo la ricchezza che ci garantisce le nostre attuali condizioni di vita?

    Nell’articolo sulla crisi del latte mi sono soffermato ad analizzare la filiera produttiva del settore lattiero-caseario, rilevando che l’Italia, sebbene sia un grosso produttore di latte, abbia comunque bisogno di importarne una certa quota dall’estero per soddisfare la domanda interna delle industrie di trasformazione e quindi il sistema delle esportazioni dei prodotti finiti (formaggi e simili). Il fatto importante emerso è che la ricchezza proveniente dall’export dei prodotti alimentari di eccellenza finisce col giustificare economicamente la necessità dell’Italia di importare materie prime da altri paesi, con tutte le relative conseguenze (nel caso del latte, ad esempio, la concorrenza sbilanciata sui prezzi con i paesi del Nord Europa).

    Questa situazione può essere generalizzata a gran parte dell’industria italiana. L’Italia non ha, almeno in termini relativi, una grande abbondanza di materie prime, ma è riuscita a costruire la propria economia sull’industria della trasformazione, esportando in tutto il mondo dei prodotti finiti spesso di eccellenza (pensiamo al settore agro-alimentare, all’automotive, al tessile). È il valore aggiunto apportato dalle imprese italiane sui materiali grezzi a generare in gran parte la ricchezza delle famiglie italiane.

    Però allora scopriamo rapidamente anche il rovescio della medaglia. Perché se è vero che la nostra ricchezza proviene dalle esportazioni, essa non può esistere senza le importazioni. E attenzione: importare materie prime vuol dire dipendere, dal punto di vista commerciale ma non solo, dai paesi fornitori. Paesi che spesso non sono proprio noti per garantire delle condizioni socio-politiche dignitose ai propri cittadini.

    Piccolo elenco non esaustivo:

    • Metalli: importiamo acciaio dalla Cina, dall’India e dalla Turchia; alluminio dagli Emirati Arabi, dalla Russia e ancora dalla Cina; rame dal Cile e dal Perù; cobalto dalla Repubblica Democratica del Congo; oro e diamanti dal Botswana e dal Sudafrica.
    • Tessuti e vestiti: importiamo cotone da USA, Turchia, Egitto e Uzbekistan; lana dall’Australia, dalla Nuova Zelanda e dall’Egitto; prodotti confezionati a basso costo da Cina, Bangladesh e Vietnam.
    • Alimentare: importiamo cacao dalla Costa d’Avorio e dal Ghana; caffè dall’Etiopia e dall’Uganda.
    • Combustibili fossili: importiamo gas dall’Algeria, dalla Libia, dall’Egitto e dalla Nigeria; petrolio ancora dalla Nigeria e dalla Libia.

    Questo quadro (molto approssimativo) del sistema delle nostre importazioni dovrebbe, a mio avviso, stimolare alcune riflessioni. Non è tanto questione di demonizzare la scelta di importare materie prime: le importazioni fanno parte delle attività commerciali di ogni paese dalla notte dei tempi, perché nessuno stato ha la fortuna di possedere nel proprio territorio tutte le materie prime necessarie al settore industriale. Però ci sono anche degli aspetti critici sui quali credo sia bene soffermarsi.

    Facciamo affari con i cattivi?

    Innanzitutto, esiste un problema di riconoscimento internazionale. Dal momento in cui io, Italia, decido di fare affari con il paese X, automaticamente sto anche compiendo un’operazione di legittimazione politica nei suoi confronti. Commerciare non è un’azione neutra; è, anch’essa, un’operazione politica, perché condiziona indirettamente la vita dei cittadini dei due paesi coinvolti. Se io decido di acquistare materie prime dal paese X non posso poi additarlo come un paese canaglia, o come la terra del male assoluto. Anche se è evidente che il tal paese mostra delle criticità di tipo politico o sociale. Sappiamo tutti che stati come Cina, Russia, Turchia, Egitto non sono certo dei fulgidi esempi di democrazia. O che paesi come la Libia o il Congo hanno una situazione interna tutt’altro che pacifica. Però ci commerciamo comunque. E così facendo stiamo di fatto legittimando e rinforzando i loro assetti politico-economici, nel bene e nel male.

    Le fragilità dei paesi fornitori

    C’è anche un altro aspetto da considerare. Molti di questi paesi hanno basato (o stanno impostando) la loro economia proprio sull’esportazione di una specifica materia prima. Emblematica è, in questo senso, la situazione dell’America Latina. Il Cile, per esempio, esporta il 27% del rame e il 26% del litio a livello mondiale. Tutti i principali osservatori di mercato prevedono che nel prossimo futuro la domanda di questi metalli, indispensabili per la transizione energetica, aumenterà notevolmente. Questo potrebbe tradursi, nel breve-medio periodo, in una grande opportunità di crescita economica per il Cile, ma anche portare una serie di conseguenze negative. Oltre agli evidenti problemi ambientali che le attività minerarie comportano per i territori vicini ai siti di estrazione, la presenza abbondante di una materia prima molto richiesta a livello mondiale rischia di vincolare l’intera economia cilena a questa attività, penalizzando di conseguenza altri settori produttivi e col rischio di impoverimento qualora la domanda mondiale dovesse calare. Noi, come Italia, potremmo anche infischiarcene di questi possibili scenari e andare avanti per la nostra strada, continuando a sfruttare l’America Latina per il nostro fabbisogno materiale. Eppure dovremmo valutare anche noi l’impatto delle nostre scelte. Anche solo dal punto di vista etico: stimolare le attività estrattive in questi paesi vuol dire ostacolarli nella tutela dei loro ecosistemi naturali, peggiorare le condizioni di salute degli abitanti nei territori vicini alle miniere, esporre a maggiori rischi la loro economia. E se vogliamo rimanere sul concreto, impoverire un’economia vuol dire anche porre le condizioni per favorirne lo svuotamento demografico. Non lamentiamoci se continuiamo a essere meta di migranti provenienti dall’Africa: parliamo di persone che scappano da situazioni che le nostre scelte commerciali hanno contribuito a creare.

    Di nuovo, il problema non è il commercio in sé. Il problema è lo sbilanciamento dell’attività commerciale, per cui oltre i ruoli visibili di paese acquirente e paese fornitore vi è in realtà solo un vero beneficiario, mentre l’altro in realtà è destinato a pagarne, in un modo o nell’altro, le conseguenze negative.

    Addio democrazia

    Quindi problemi di legittimazione politica e scelte morali discutibili. Ma non c’è solo questo. Un’economia fortemente orientata al commercio come quella italiana è, per forza di cose, dipendente dai paesi partner: sia da quelli fornitori di materie prime, sia da quelli che acquistano i nostri prodotti finiti. Esiste allora anche un problema squisitamente politico: noi cittadini lavoriamo per alimentare un meccanismo produttivo-consumistico che dipende solo in parte da noi. Non siamo proprietari di molte risorse che lavoriamo e, dunque, come cittadini, non possiamo decidere direttamente del loro uso. Allo stesso modo non siamo i consumatori finali di molti prodotti che esportiamo e, dunque, siamo anche limitati nel poter migliorare l’impatto socio-economico che le nostre scelte di consumo comportano. Quanto potere abbiamo allora noi cittadini nel governo della nostra economia? Le decisioni non le prendiamo noi, ma i mercati. È uno svuotamento di senso della democrazia di cui non ci rendiamo conto, perché rimane salvo il nostro diritto di voto; peccato che le elezioni in Italia si siano ridotte a una scelta tra facce, non certo tra idee.

    È questo, dunque, il prezzo del nostro benessere economico? Siamo disposti, per soddisfare i nostri innumerevoli bisogni, a privarci del nostro potere reale di decisione sul destino del nostro paese? Siamo disposti a voltarci dall’altra parte quando sentiamo delle ingiustizie e delle atrocità commesse dai sistemi politici dei paesi che noi foraggiamo di denaro? Siamo disposti a rimanere impassibili anche quando le nostre voglie comportano la rovina dei territori degli altri? Forse il prezzo di questo benessere è davvero troppo alto, anche per noi ricchi occidentali.

  • Il senso del lavoro

    Il senso del lavoro


    Siamo giunti al terzo capitolo del rapporto BES 2025 dell’ISTAT, capitolo dedicato al lavoro e alla conciliazione dei tempi di vita.

    Il rapporto mostra in generale dei trend positivi negli ultimi anni per quanto riguarda l’aspetto occupazionale. Il tasso di occupazione della popolazione tra i 20 e i 64 anni è al 67,1%, più 0,8 punti percentuali rispetto al 2023 e più 7,6 rispetto al 2014. Diminuisce il part-time involontario, cioè la quota di occupati che lavorano part-time perché non sono riusciti a trovare un lavoro a tempo pieno (dal 9,6% del 2023 all’8,5% nel 2024). L’occupazione a termine nel 2024 è diminuita a vantaggio del tempo indeterminato, anche se la quota di lavoratori a termine che lo sono da almeno cinque anni aumenta (da 18,1% a 19,4%) a causa del calo delle trasformazioni da lavori instabili a lavori stabili (16,6% tra il 2023 e il 2024, 21,4% nel periodo 2022 2023). Migliora inoltre il rapporto tra il tasso di occupazione delle donne di 25-49 anni con almeno un figlio in età prescolare e di quelle senza figli: 75,4% nel 2024 (era il 73,0 nel 2023).

    Rimangono però ancora delle criticità, legate soprattutto alla disparità tra uomini e donne. Il divario tra l’occupazione maschile e femminile è di 19 punti percentuali (76,8% gli uomini e 57,4% le donne). Un dato che possiamo accostare a quello che riporta l’ultimo rapporto CENSIS, per cui in Italia più della metà delle donne (il 54,4%) si occupa personalmente delle faccende domestiche, a fronte di appena il 17,6% degli uomini.

    Esiste inoltre un forte divario tra Mezzogiorno e Nord Italia, dove i tassi occupazionali sono rispettivamente il 53,4% e il 75% (più del 20% di differenza!).

    Infine il 20,7% degli occupati tra i 25 e i 64 anni con titolo di studio terziario (laurea, master, dottorato) svolge una professione poco o mediamente qualificata. Significa che un quinto dei lavoratori italiani non riesce a svolgere un lavoro all’altezza del percorso di studi effettuato.

    Questa è grosso modo la fotografia del lavoro in Italia nel 2025. Una fotografia che proverei a riassumere così: la situazione occupazionale va progressivamente, anche se molto lentamente, migliorando, ma non si registrano cambiamenti significativi (a livello politico, economico o sociale) capaci di dare un forte scossone alle strutturali disuguaglianze che affliggono molti lavoratori italiani.

    Potremmo anche fermarci qui. Esiste però almeno un’altra tendenza nel mondo del lavoro che merita un minimo di attenzione e qualche riflessione ulteriore.

    L’ultimo paragrafo del terzo capitolo approfondisce il tema della soddisfazione dei lavoratori. Quando parliamo di soddisfazione intendiamo ovviamente rispetto ad alcuni parametri: stabilità del rapporto di lavoro, distanza del posto di lavoro da casa, stipendio, prospettive di carriera, eccetera. Tra i lavoratori meno soddisfatti troviamo (e non ce ne stupiamo) i giovani (quasi il 50%).

    I giovani sono ormai sempre più al centro delle attenzioni del mercato del lavoro. Non solo perché, banalmente, sono sempre meno, a causa del calo della natalità. Molte indagini di mercato si sono ormai rese conto che i giovani sono diventati sempre più esigenti nella scelta del lavoro: non si accontentano di trovare un lavoro dignitoso; vogliono un’occupazione che garantisca un minimo di flessibilità, che consenta di conciliare il lavoro con la vita privata, che non diventi un’ossessione tra orari, richieste e aspettative. Respingono la cultura aziendalistica del lavoro sopra ogni pensiero.

    Con questa tendenza le imprese che rimangono ancorate a certi modelli culturali produttivistici, che non consentono un minimo di flessibilità o che non concedono alcune opzioni come lo smart working nemmeno un giorno a settimana (su questa strada, incredibilmente, si stanno muovendo anche alcune multinazionali, come Stellantis, Ubisoft e Amazon) diventano meno attrattive per chi, invece, cerca di conciliare un buon posto di lavoro con altro che non sia il lavoro stesso (famiglia, tempo libero, svago). È una tendenza ormai certificata da qualche anno: ricordate il tema delle grandi dimissioni subito dopo la pandemia?

    Insomma, parliamo di un fenomeno che, pur non essendo dai contorni e dalle dimensioni definite, è ormai acclarato da innumerevoli osservatori. Non credo che debba essere giudicato come qualcosa di positivo o di negativo a senso unico. Come al solito, dipende dai punti di vista. Ci troviamo davanti a un fenomeno strutturalmente interno alla riproduzione capitalistica e che quindi, come tutte le manifestazioni del capitalismo, ha una natura dialettica e contraddittoria. Ritengo infatti che esistano due cause principali nella maggiore “schizzinosità” dei giovani davanti al lavoro, una che potremmo definire “negativa” e una “positiva”.

    La causa negativa è lo spirito del nostro tempo, che è il tempo dell’individualismo estremo. L’individuo trova il senso della propria esistenza nell’inseguire l’auto-realizzazione, che si concretizza nelle molteplici forme della posizione lavorativa (la carriera), dell’approvazione sociale (i like dei social), della salute fisica e mentale (avere il tempo per curare se stessi, per praticare sport e attività fisica, per coltivare le proprie passioni), del soddisfacimento dei propri desideri (consumo di beni e servizi). In questa ricerca di senso, dunque, il lavoro è solo un mezzo: serve solo a perseguire i propositi di successo personale, senza però che questi vadano a discapito di tutti gli altri. Il lavoro non è più un dovere sociale, non è più un’aspettativa della comunità nei confronti dell’individuo: è un diritto il cui esercizio non deve penalizzare altri diritti.

    Questo se guardiamo al fenomeno da un punto di vista, diciamo così, pessimistico. Esiste però, forse, anche un’altra faccia della medaglia. Non credo, infatti, che questa generazione di giovani sia in astratto più egocentrica di quelle che l’hanno preceduta. Non credo neanche che i giovani di oggi siano in assoluto disinteressati al significato sociale del lavoro e siano incapaci di riconoscerne l’importanza nella dimensione pubblica. Questi discorsi lasciamoli ai vecchi titolari d’azienda e al loro continuo lamento verso i giovani scansafatiche di oggi.

    Viviamo in un tempo instabile, incerto, fluido e incontrollato, di cui è impossibile intenderne l’evoluzione da qualsiasi prospettiva: storica, tecnologica, politica, sociale, religiosa, culturale, economica. Già questo basterebbe a zittire tutti i boomer brontoloni, perché chi era giovane negli anni ‘50, ‘60 e ‘70, oltre che essere circondato e inquadrato da strutture sociali solide (famiglia, politica, religione, cultura), capiva benissimo che il mondo procedeva verso un periodo di maggiore benessere. Oggi non è così. Non siamo in grado di prevedere il domani: non sappiamo cosa succederà nel mondo, e quanto questo ci coinvolgerà; non sappiamo quali nuove tecnologie avremo fra 10 anni; non sappiamo che ne sarà di tutta la questione ambientale. E inoltre, tutte quelle strutture sociali che permeavano la società fino a 30-40 anni fa e che ne costituivano i veri fondamenti etici normativi oggi si sono notevolmente indebolite.

    Allora, in tutto questo contesto, mettiamoci nei panni di un giovane che deve scegliere un lavoro. Anzi, mettiamoci nella sua testa e chiediamoci noi per lui: oltre all’ovvio motivo che ho bisogno di soldi per vivere, qual è il senso del mio lavoro? Quali sono i motivi che dovrebbero spingermi a lavorare duramente? Per chi, in effetti, sto lavorando? A chi andranno davvero i frutti delle mie fatiche?

    È difficile, oggi, rispondere a queste domande. Possiamo dunque comprendere che sia difficile, per un giovane, accettare di riporre tutte le proprie ambizioni e aspettative nella vita lavorativa.

    Ecco, quindi, la natura contraddittoria di un fenomeno tipico del capitalismo, il quale è riuscito a indebolire tutte le strutture sociali in cui un giovane era inquadrato, ma, proprio per questo, ha reso il giovane stesso più incontrollabile e meno propenso ad alimentare il meccanismo perverso della macchina di riproduzione capitalistica.

    La speranza è che, proprio a causa di questi schizzinosi giovani d’oggi, questo meccanismo si inceppi e possa nascere qualcosa di nuovo.

  • Quale istruzione?

    Quale istruzione?

    Proseguiamo l’analisi del Rapporto BES (Benessere Equo e Sostenibile) pubblicato dall’ISTAT e relativo all’anno 2024. Il secondo capitolo è dedicato a Istruzione e Formazione. I dati pubblicati sono molteplici e le tendenze da analizzare sarebbero tante. Il prospetto sintetico all’inizio del capitolo ci rivela però sostanzialmente due fenomeni in corso nel sistema di istruzione e formazione italiano.

    Innanzitutto è aumentata a tutti i livelli la partecipazione al sistema educativo. Rispetto all’anno precedente aumentano le persone con almeno un diploma (dal 65,5% al 66,7%), aumentano i giovani laureati e con titoli terziari (dal 30,6% al 31,6%), i NEET diminuiscono al 15,2% (erano il 23,2% nel 2018) – questa forse è la notizia più bella – e aumentano i bambini iscritti agli asili nido (dal 19,6% del biennio 2013-2015 al 35,2% del biennio 2022-2024). La scuola italiana negli ultimi anni sembra davvero essere più inclusiva e accogliente e questo è sicuramente un aspetto positivo.

    D’altra parte le competenze alfabetiche e numeriche (cioè in italiano e in matematica) negli ultimi anni non sono migliorate. La quota di studenti che non raggiunge adeguati livelli di competenze alfabetiche e numeriche non accenna ancora a diminuire dopo il drastico aumento avvenuto col Covid nel 2021. Parliamo del 41,4% dei ragazzi per italiano e del 44,3% per matematica. Questi dati sono ricavati dalle prove INVALSI che si svolgono ogni anno in tutte le scuole italiane, prove INVALSI che ci raccontano che dal 2021 gli studenti italiani globalmente non sono migliorati.

    Questo è forse il dato più significativo se pensiamo che proprio a partire dal 2021 lo Stato italiano ha compiuto un grosso investimento tramite il PNRR, destinando notevoli risorse alle istituzioni scolastiche. L’investimento ha riguardato l’acquisto di dispositivi digitali, la formazione dei docenti, ma soprattutto l’attivazione di percorsi laboratoriali dedicati agli studenti più fragili. Eppure i risultati INVALSI sembrano suggerire che l’impatto del PNRR è stato minimo. Come è possibile questo? Può darsi che una buona parte delle risorse stanziate dal PNRR non sia stata effettivamente spesa; può darsi che serva ancora del tempo per valutare il ritorno dell’investimento. Ma forse un’analisi già ora si può comunque fare.

    Partiamo dal presupposto che i dati INVALSI a cui l’ISTAT fa riferimento si riferiscono alle scuole medie, perché è l’ultimo grado di scuola in cui gli studenti non si sono ancora differenziati prima della scelta della scuola superiore. Se infatti andiamo a vedere come si distribuiscono e come variano i risultati nei diversi indirizzi di studio (licei, istituti tecnici e istituti professionali), notiamo già un quadro più variegato.

    Nei licei la percentuale degli studenti che riesce a raggiungere i traguardi minimi in italiano è rimasta pressoché invariata (nei licei scientifici, classici e linguistici è passata dall’87% del 2021 all’84% del 2025, negli altri licei è aumentata dal 64% al 66%), mentre negli istituti tecnici e professionali è peggiorata nettamente (dal 58% al 53% nei tecnici, dal 30% al 25% nei professionali). Quindi il divario tra licei e istituti professionali è addirittura aumentato: il liceo continua a mantenere buone competenze negli studenti in uscita, mentre i professionali soffrono sempre di più.

    A questo punto iniziamo a focalizzarci meglio sul problema e a chiarire alcune questioni. Perché sono anni che sentiamo ripetere, soprattutto dalla nostra classe intellettuale, politica e giornalistica, che la scuola va cambiata, che la scuola non è all’altezza dei problemi educativi dei nostri giovani, che la scuola deve fare di più in qualunque sfera della vita umana. Eppure qualcosa è stato fatto, eccome. Intanto alla scuola negli ultimi anni sono arrivati tanti soldi (solo col PNRR parliamo di 2 miliardi di euro). Inoltre chi non lavora nel settore dell’Istruzione forse non si rende conto di quante riforme importanti e impattanti ha vissuto la scuola solo negli ultimi dieci anni. Piccolo elenco assolutamente non esaustivo:

    • 2015: Riforma della Buona Scuola
    • 2017: D.Lgs 61 (Riforma degli istituti professionali) e D.Lgs 66 (Decreto Inclusione)
    • 2019: Legge 92 (Introduzione dell’Educazione Civica)
    • 2020: O.M 172 (Riforma della valutazione nella scuola primaria) e D.I 182 (Nuovo modello nazionale del Piano Educativo Individualizzato)
    • 2022: Legge 79 (Riforma del reclutamento dei docenti) e D.M 328 (Riforma dell’orientamento)
    • 2024: Legge 106 (Continuità dei docenti di sostegno), Legge 121 (Filiera formativa tecnologico-professionale 4+2), Legge 150 (Riforma del voto in condotta), DL 71 (Inclusione degli alunni stranieri)
    • 2025: Legge 127 (Riforma dell’Esame di Stato)

    Dunque quello che si osserva è che negli ultimi anni la scuola italiana è davvero cambiata, ha ricevuto tante risorse, ma chi veramente ne ha beneficiato non sono gli studenti più fragili, quelli degli istituti professionali, ma quelli dei licei. Lì in effetti gli interventi normativi e finanziari hanno funzionato. Per gli altri ragazzi no: perché? È sempre colpa della scuola? A sentire i nostri politici, intellettuali e giornalisti sembra che il problema (e quindi il rimedio) sia sempre solo lì.

    Il sospetto che viene è che, quando essi si riferiscono alla scuola (intendo in particolare la scuola superiore), non abbiano in mente la scuola italiana nella sua globalità, ma sempre e solo i licei! Cioè quel tipo di scuola da cui probabilmente provengono, che è stata il fulcro della loro crescita giovanile e sulla quale innestano i loro ricordi di gioventù. Fateci caso: quante volte nei dibattiti pubblici, quando ci si riferisce alle scuole superiori, sentiamo parlare solo dei licei? Quante volte sentiamo iniziare un discorso riferito alla scuola del passato con “quando ero al liceo”? O ancora, quando ci sono gli esami di maturità e vengono comunicate le materie di seconda prova, qual è il solito titolo? “Latino al liceo classico, matematica allo scientifico”. E le altre scuole?

    Dunque quando gli intellettuali pensano alle emergenze educative dei nostri ragazzi, l’unico rimedio che si sente loro ripetere è che ci vuole più scuola: ma è ovvio che queste persone dicano così! Perché per loro la scuola è stata l’esperienza più importante dell’adolescenza, quella che gli ha consentito di fare l’università prima e di costruire la propria carriera poi. Io credo che non ci si renda conto che non per tutti i ragazzi è così: per una buona parte dei ragazzi che frequentano i professionali la scuola non è il fondamento del proprio progetto di vita. Lasciatevelo dire da uno che nei professionali insegna ormai da qualche anno. Ciò non vuol dire che a questi ragazzi non importi nulla della scuola, ma che semplicemente non è al centro dei loro pensieri e che non sarà su di essa che costruiranno il proprio futuro.

    Ora forse può apparire più chiaro perché tutti gli interventi che lo Stato ha messo in campo siano serviti a poco o nulla nei professionali: semplicemente perché non hanno trovato terreno fertile, perché quei ragazzi ne sono rimasti tutto sommato indifferenti; soprattutto perché – e questo è secondo me l’argomento decisivo – non è il tempo a scuola che garantisce il sedimentarsi dell’apprendimento formale, ma è quello fuori da scuola. I ragazzi passano a scuola 5-6 ore al giorno: e le altre ore, che fanno? È qui, io credo, che si consuma il vero divario. Gli studenti dei licei, oltre a essere più motivati e coinvolti dalla vita scolastica (perché è l’assicurazione sul loro futuro), grazie soprattutto al background familiare hanno molte più occasioni di apprendimento informale e non formale. Gli studenti dei professionali invece sono meno motivati, vogliono già andare a lavorare, spesso già lo fanno nel pomeriggio e generalmente, a causa anche del fatto che molti di essi sono stranieri o vivono in contesti familiari difficili, hanno molte meno occasioni di apprendimento.

    Visto che parliamo anche di emergenza educativa e di disagio giovanile, questo problema riguarda anche la sfera etica. Quali occasioni hanno i ragazzi per la propria crescita morale? Una volta oltre alle scuole c’erano le parrocchie, c’erano i partiti politici, c’erano le associazioni giovanili. Ci sono ancora, ma molto meno diffuse. A prescindere che ciò sia un bene o un male, a guardarsi intorno non pare che siano nate delle nuove istituzioni educative che abbiano preso il posto di quelle vecchie. O ancora, una volta i ragazzi guardavano tanto la televisione. E alla televisione spesso si vedevano programmi, cartoni, film, che avevano anche dei contenuti morali. Oggi i ragazzi usano tantissimo il telefono; ma anche in questo caso sembra che il problema sia l’uso del telefono in sé. No, il problema è che al telefono, sui social, i ragazzi sono molto più esposti a contenuti con scarso contenuto morale. Altro che riforma scolastica.

    Qual è quindi la morale della favola? Che la scuola è fondamentale, è importante investirci, riformarla e aggiornarla, ma non dobbiamo pensare che possa essere il toccasana a tutti i bisogni educativi dei giovani. Il maggiore spazio di lavoro per noi adulti è il tempo fuori da scuola, virtuale e in presenza. Dobbiamo ingegnarci per trovare nuove modalità e nuovi spazi per la crescita morale e culturale delle future generazioni, soprattutto per i più emarginati. È una sfida difficilissima, ma necessaria.