Vorrei avviare questo blog con una serie di articoli di commento all’ultimo Rapporto BES (Benessere Equo Sostenibile) pubblicato dall’ISTAT a novembre e riferito all’anno 2024.
L’occasione di questa pubblicazione mi è sembrata propizia per un blog che si propone di dare un’interpretazione del mondo attraverso le lenti della Decrescita. Non a caso la Decrescita ha tra i propri fondamenti teorici il rifiuto del PIL (Prodotto Interno Lordo) come indicatore di riferimento per il benessere di una società. Il BES rappresenta in questo senso un significativo passo in avanti perché non ha l’obiettivo di misurare banalmente la ricchezza del Paese (e in verità il PIL non fa nemmeno quello, misura il “fatturato” del Paese), perché la ricchezza è solo uno degli aspetti della vita che possono contribuire alla felicità di una persona; spesso anzi la ricchezza eccessiva porta all’infelicità, alla solitudine, alla follia. Il BES considera invece tanti fattori riferiti alla vita delle persone, li combina insieme e valuta la loro evoluzione nel tempo. È certamente migliorabile, può essere integrato con ulteriori parametri, ma è sicuramente una fotografia più fedele di quanto stiamo o non stiamo bene noi italiani. Anche l’ ONU sta cercando di elaborare nuovi indicatori di misurazione dello stato di salute di un Paese, maggiormente focalizzati sul benessere delle persone e degli ecosistemi.
Il rapporto BES analizza la situazione del benessere degli italiani in 12 diversi settori: Salute, Istruzione e formazione, Lavoro e conciliazione dei tempi di vita, Benessere economico, Relazioni sociali, Politica e istituzioni, Sicurezza, Benessere soggettivo, Paesaggio e patrimonio culturale, Ambiente, Innovazione, ricerca e creatività, Qualità dei servizi. Parlerò di ciascuno di questi ambiti appoggiandomi all’impianto teorico della Decrescita, ma cercherò anche di aggiungere qualche contributo personale, nella speranza di calare nella concretezza italiana le idee generali che, soprattutto a livello scientifico e accademico, la Decrescita ha sviluppato negli ultimi anni.
Quando pensiamo al benessere, pensiamo innanzitutto alla salute umana. Non possiamo affermare di essere in uno stato di benessere (ben-essere, quindi stare-bene) se il nostro organismo soffre una qualche forma di malattia. È quindi doveroso iniziare la nostra analisi parlando della salute, in tutte le sue forme. La celebre definizione dell’OMS dice che la salute non è semplicemente assenza di malattia, ma uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale. Quindi star bene con il proprio corpo, prima di tutto, ma anche stare bene con la testa e stare bene con gli altri. E questo lo sa bene la società odierna, che dedica tanta attenzione e risorse non solo alle cure del corpo, ma anche alla salute mentale, alla lotta alla solitudine, al benessere emotivo. Il fatto che la salute sia al centro delle nostre attenzioni è per noi ovvio e giusto, ma in realtà l’effettivo diritto alla salute può dirsi una conquista relativamente recente. La mente corre sicuramente all’articolo 32 della Costituzione italiana, che afferma al comma 1
La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.
Parliamo quindi del 1948; ma sarà solo 30 anni dopo (1978) che sarà istituito il Sistema Sanitario Nazionale, che attraverso le modifiche degli anni successivi, è diventato quello cui noi oggi ci affidiamo per le nostre cure.
La salute è per noi davvero un diritto fondamentale; riteniamo doveroso e opportuno destinare ad essa parte dei nostri soldi, privati (risparmio individuale) e pubblici (tasse, investimenti), e auspichiamo continuamente avanzamenti scientifici per garantire cure sempre migliori per un numero sempre maggiore di patologie. E probabilmente la nostra attenzione alla sanità pubblica è cresciuta ancora di più negli ultimi anni, di fronte all’indegno spettacolo, tuttora in corso, del suo graduale smantellamento a favore della sanità privata. Un fenomeno che va ad acuire le iniquità di un sistema che sempre più privilegia chi le cure in tempi accettabili se le può economicamente permettere (non a caso anche di questo parla il rapporto BES, al capitolo 12).
La sanità pubblica resta per noi un presidio da difendere, ma per arrivare al nocciolo della questione forse dovremmo dire qualche parola in più su che cosa rappresenta, per noi cittadini, la sanità pubblica. Come la possiamo inquadrare da un punto di vista etico-sociale? Solitamente ci focalizziamo sulla prima parte del comma 1 dell’articolo 32 (… la salute come diritto fondamentale dell’individuo…), meno sulla seconda parte (… e interesse della collettività). Questa seconda parte ci ricorda che il diritto alle cure non piove dall’alto, ma è garantito da una collettività organizzata, lo Stato e le sue articolazioni amministrative. La società quindi sente l’esigenza di tenere in funzione il sistema sanitario per garantire al singolo le cure di cui necessita, in virtù innanzitutto della dignità umana di ciascuno, ma anche al fine di evitare che malattie, infortuni, epidemie provochino costi sociali elevati e causino un regresso economico del Paese. Secondo questo punto di vista lo Stato è sempre l’organismo che agisce: lontano, impersonale, burocratico; l’individuo è sempre il destinatario. O, se vogliamo usare un termine più brutale ma più attuale, il consumatore. È la prospettiva individualista, mercatistica e de-responsabilizzante del nostro tempo, che limita il nostro dovere di cittadini al semplice pagamento delle tasse per finanziare il servizio.
Proviamo a cambiare la prospettiva. Proviamo a tenere la collettività come punto di arrivo e a passare dalla teoria dei diritti a quella dei doveri. Il cittadino è membro di una società, e l’obiettivo da perseguire non è il benessere del singolo, ma il benessere della comunità che si concretizza nella salute dei suoi membri. Allora se vogliamo agire verso il bene della comunità la salute non diventa più solo un diritto, ma anche un dovere, perché il nostro essere persone attive per gli altri è condizionato al nostro star bene. Essere forti per essere utili diceva Robert Baden Powell, il fondatore del movimento scout.
Mi rendo conto di scrivere su un terreno molto scivoloso. La salute come requisito per essere parte attiva di una comunità rischia di richiamare degenerazioni eugenetiche, evoluzioniste o addirittura naziste. Ma queste sono degenerazioni che non devono trovare spazio nel discorso pubblico perché ledono a priori la dignità della persona umana. La prospettiva comunitaria non esclude i malati, gli inabili, i deboli. È un richiamo a chi ha la fortuna di essere in salute a tenere curata se stessa per contribuire al bene degli altri. La salute personale può diventare quindi un ulteriore criterio etico di azione: non più solo curarsi per stare bene, ma stare bene per aiutare gli altri: i deboli, i fragili, gli esclusi, gli ultimi.
Se accettiamo questo punto di vista forse può diventare più semplice anche il nostro approccio alla vita: possiamo concederci i vizi? Certo! Come tutte le estremizzazioni, sarebbe assurdo vietare totalmente di fumare, bere alcolici, mangiare cibi poco salutari, oppure obbligare le persone a mangiare in un certo modo o a compiere attività fisica. Il nostro riferimento deve rimanere sempre la collettività in cui siamo, a partire dalle persone che ci sono più vicine: se io non sono in salute, come potrò lavorare bene? Come potrò stare vicino ai miei genitori anziani, o prendermi cura dei miei figli piccoli sempre e comunque? Come potrò partecipare alla vita pubblica del mio Paese? Se il mio criterio etico sarà questo, non mi farò problemi a bere un bicchiere di vino o a mangiarmi una porzione di fritto: basterà conservare la moderazione e il buon senso.
È quindi alla fine di tutto questo discorso che voglio citare solo due dati dal primo capitolo del Rapporto BES. In Italia le persone in eccesso di peso sono il 45,1% (54,3% gli uomini, 36,4% le donne). Quasi un italiano su due. E credo che sappiamo tutti quanto l’eccesso di peso sia correlato alla maggiore probabilità di insorgenza di malattie, per esempio cardiovascolari. Inoltre il 32,7% delle persone sopra i 14 anni è completamente sedentaria. Affrontare l’eccesso di peso e la sedentarietà dal punto di vista etico vuol dire invitare ciascuno, secondo le proprie possibilità, a prendersi cura di se stesso nell’alimentazione e adottando uno stile di vita attivo; non si tratta di praticare necessariamente uno sport o di seguire una dieta specifica. Il focus deve comunque rimanere sul vero fine delle nostre azioni: io mi tengo in forma per gli altri, il mio essere attivo è per gli altri. In questo senso, a giudicare da questi dati, abbiamo una bella strada tracciata davanti a noi e un grande margine di miglioramento, nella mentalità e nella vita pratica.

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