“È ora di finirla con questi pregiudizi ideologici!”
“Dobbiamo analizzare la situazione senza paraocchi ideologici!”
“Torniamo ai fatti. Basta con le ideologie!”
Quando si tratta di condurre un confronto su un certo fenomeno politico, economico o sociale, la prima preoccupazione degli osservatori illuminati è di sgombrare il campo da qualunque fraintendimento: “la mia analisi sarà oggettiva e non sarà deviata da ideologie personali”. Come se l’ideologia fosse una sorta di difetto di fondo, un errore sistematico che, con le giuste precauzioni (attenersi ai soli dati misurabili), può essere adeguatamente eliminato. La disciplina in cui questa forma mentis viene sbandierata il maggior numero di volte è, guarda caso, l’economia. Perché nell’economia chi comanda davvero sono i soldi, quindi i numeri: non c’è spazio per le ideologie!
Sembra tutto molto giusto, molto bello, troppo facile. In realtà viene da chiedersi: ma è davvero una brutta cosa l’ideologia, qualcosa da cui fuggire quando si indaga la realtà? E ancora: l’ideologia è davvero evitabile? Se ne può fare a meno con le dovute accortezze metodologiche?
Forse prima di tutto dovremmo chiederci cosa intendiamo, esattamente, col termine ideologia e quali sono le sue accezioni più comuni. È quello che proverò a fare in questo articolo. Per spiegare il mio punto di vista, mi servirò della disciplina che insegno a scuola, la matematica. Non me ne vogliano gli odiatori di questa materia! Il motivo di questa scelta è che in un certo senso, anche se può sembrare paradossale, la matematica è la disciplina ideologica per eccellenza. Imparare a capire come funziona la matematica (nello specifico parleremo di geometria) ci può forse aiutare a comprendere se abbia senso pretendere di sbarazzarsi delle ideologie quando si analizza la realtà. Il passo successivo mi porterà a fare un confronto all’interno di una nuova cornice di senso tra Decrescita e Capitalismo.
Che cos’è l’ideologia
Il termine ideologia è definito dall’Enciclopedia Treccani come il complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni, valori che orientano un determinato gruppo sociale. A coniare il termine fu alla fine del Settecento il filosofo illuminista Destutt de Tracy. Nella sua visione originaria, il termine aveva un significato puramente positivo e scientifico: doveva essere la “scienza che studia l’origine delle idee” a partire dalle sensazioni umane, sul modello delle scienze naturali.
Il concetto di ideologia venne poi ripreso, in un’accezione più critica, da Karl Marx e Friedrich Engels, secondo i quali l’ideologia corrisponde alla rappresentazione capovolta, illusoria e mistificata della realtà materiale. Per Marx ed Engels non sono le idee a determinare la realtà sociale; piuttosto sono i rapporti materiali di produzione (la struttura economica) a determinare le idee (la sovrastruttura). La classe che detiene i mezzi di produzione materiale detiene anche i mezzi di produzione intellettuale, imponendo la propria visione del mondo come l’unica naturale e oggettiva. Se pur con delle variazioni, questa concezione critica verrà ripresa anche da altri studiosi come Gramsci, Althusser, Horkheimer e Adorno: l’ideologia è vista sempre come una interpretazione imposta con vari mezzi dalle classi dominanti alle classi sottoposte.
Si svilupperà nel Novecento anche una terza concezione di ideologia, che potremmo definire sociologica. Secondo autori come Durkheim, Weber e Pareto, l’ideologia corrisponde a una visione del mondo specifica (Weltanschauungen secondo Weber) che ogni gruppo sociale sviluppa per dare senso, legittimazione e ordine alla propria vita quotidiana, che sia di privilegio o di sfruttamento. L’ideologia diventa quindi la tendenza da parte di ogni gruppo sociale a scambiare le idee sulle cose con le cose stesse.
In conclusione, possiamo affermare che non esiste nella storia del pensiero una definizione univoca di ideologia; se dovessi però trovare una formulazione adatta al mio scopo, definirei l’ideologia come falsa coscienza (alla Marx), quindi rappresentazione distorta della realtà, propria però non solo dei gruppi dominanti, ma di qualunque formazione sociale determinata (storicamente, geograficamente, culturalmente, economicamente ecc.).
Il parallelo con la geometria
Per spiegare ora cosa c’entri la matematica con l’ideologia, dobbiamo prima capire come funziona e non funziona la matematica.
La matematica non opera come la scienza. Nelle scienze sperimentali ogni teoria viene elaborata a partire da dati numerici ricavati in modo opportuno (misurazioni) che vengono poi aggregati secondo formulazioni coerenti. La validità di una teoria scientifica deriva quindi, oltre che dalla sua coerenza interna, dalla corrispondenza con le verifiche sperimentali. Non esiste una verità scientifica assoluta; piuttosto vige il principio di non falsificazione: una teoria è vera fintanto che tutte le verifiche sperimentali la confermano. È il cosiddetto metodo induttivo.
La matematica invece si basa sul metodo assiomatico-deduttivo. Le regole matematiche non possono essere verificate con i dati sperimentali, perché trattano di entità astratte (numeri, figure, strutture…). Si parte allora da alcune affermazioni presentate come vere a prescindere perché auto-evidenti (gli assiomi) dai quali, per necessità logica, vengono dedotte proprietà successive, a cascata. La validità di un’intera teoria matematica discende quindi dall’accettazione degli assiomi iniziali, oltre che, ovviamente, dalla sua coerenza interna.
L’esempio che voglio portarvi riguarda la geometria e una famosa proprietà dei triangoli. Forse vi ricorderete dai vostri studi scolastici che la somma degli angoli interni di un qualunque triangolo vale un angolo piatto, cioè 180°. Questa proprietà non discende dal cielo, ma può essere dimostrata. Attenzione: può essere dimostrata se accettiamo qualche presupposto iniziale. Nella geometria sistematizzata dal matematico Euclide (la geometria euclidea, appunto), esiste un assioma importante, chiamato anche Postulato delle parallele, che dice questo:
per un punto esterno a una retta passa una e una sola retta parallela alla retta data.


Se accettiamo questo presupposto (passa sicuramente una retta, e non più di una) allora possiamo facilmente dimostrare la famosa proprietà dei triangoli. Prendiamo un triangolo qualunque ABC. Tracciamo ora la retta parallela a un lato (scegliamo AB) passante per il vertice opposto: lo possiamo fare, questa retta esiste ed è unica. Allora in corrispondenza di quel vertice si formano tre angoli che sommati danno, ovviamente, l’angolo piatto. Dunque α+C+β=180°. Ma l’angolo α è uguale all’angolo A (si chiamano alterni interni ed è facile vedere che sono uguali), e allo stesso modo l’angolo β è uguale all’angolo B. Dunque sostituendo gli angoli α e β con A e B, otteniamo A+C+B=180°, che è quello che volevamo dimostrare.

E se il Postulato non vale? Le geometrie non euclidee
Risulterà evidente che questa dimostrazione non possa esistere senza il Postulato delle parallele. Se la retta passante per il punto C non esiste oppure non è l’unica, cade tutto l’edificio logico che abbiamo costruito. Eppure in passato c’è chi ha provato a “fare a meno” del Postulato delle parallele, sostituendolo con assiomi alternativi. Parliamo di matematici come Gauss, Beltrami, Bolyai, Riemann, Lobacevskij, Poincaré, considerati i fondatori delle geometrie non euclidee. In queste nuove geometrie, innestate su nuovi assiomi, non valgono più molti teoremi dedotti dai postulati della geometria euclidea.
Per esempio, nella geometria iperbolica, sviluppata da Eugenio Beltrami e Henry Poincarè, il Postulato delle parallele è negato e sostituito dall’assioma:
per un punto esterno a una retta passano almeno due parallele alla retta data.

Il fatto decisivo è che, se accettiamo questo strano assioma, arriviamo a nuove deduzioni altrettanto bizzarre, per esempio quelle riguardanti i triangoli. Si può dimostrare infatti che nella geometria iperbolica la somma degli angoli di un triangolo è minore di 180°.

Oppure, in una direzione diversa, si può negare, come ha fatto il matematico Bernard Riemann, il Postulato delle parallele, in questo modo:
per un punto esterno a una retta non passa nessuna parallela alla retta data.
Questo assioma è alla base della geometria sferica. Anche qui discendono nuove regole sui triangoli. Nella geometria sferica si dimostra che la somma degli angoli di un triangolo è maggiore di 180°.

Chi ha ragione, dunque? Euclide, Beltrami, Riemann? La domanda in realtà è mal posta. Tutte queste geometrie hanno senso e ragione di esistere. Quella euclidea perché rappresenta la migliore e più comoda astrazione degli oggetti della nostra realtà quotidiana. Quelle non euclidee, nonostante partano da premesse anti-intuitive, hanno consentito di descrivere matematicamente alcuni fenomeni fisici, come la teoria della relatività generale di Einstein.
L’adeguatezza formale e sostanziale delle geometrie non euclidee e i loro riscontri fisici, oltre che matematici, ci aiuta quindi a comprendere fino in fondo il metodo assiomatico: la validità di una teoria discende dall’accettazione delle premesse iniziali. Non esistono premesse sbagliate; esistono piuttosto premesse da cui possono derivare conclusioni dotate di senso, coerenti internamente (cioè logicamente tra loro) ed esternamente (cioè con un certo grado di riscontro con la realtà).
Capitalismo e decrescita: due ideologie
Vale nella matematica, ma vale anche con le ideologie. Perché nonostante tutta la buona volontà che possiamo mettere nel costruire una visione di mondo coerente, in grado di spiegare ogni fenomeno, o addirittura con capacità predittive nel futuro, dobbiamo accettare l’idea che è una visione costruita su premesse arbitrarie. Vale anche per il capitalismo.
Se affermiamo che una società umana, per raggiungere un migliore grado di benessere diffuso, ha bisogno di continua crescita economica (intesa quantomeno come aumento della produzione e dei consumi) non stiamo affermando un fatto vero a prescindere: stiamo facendo un assunto, cioè una premessa iniziale. Da questa e da altre premesse discenderanno poi delle conseguenze necessarie. Per esempio che bisogna aumentare sempre più l’energia prodotta, e quindi l’energia nucleare è irrinunciabile. Oppure che l’Italia deve attrarre forza lavoro per sostenere la produzione, sostenere il sistema pensionistico e dunque favorire i consumi, quindi l’immigrazione va incentivata e non ostacolata. Oppure, ancora, che la sovranità degli stati va sempre più ceduta alle istituzioni finanziarie, alle agenzie di rating e alla banche centrali, in poche parole ai mercati, perché essi più di tutti conoscono la migliore allocazione di risorse per massimizzare produzione e consumi.
Queste tre considerazioni sono giuste e corrette, se mi muovo nel sistema di pensiero capitalista e cioè se accetto l’assunto iniziale che un maggiore benessere diffuso richiede per forza una continua crescita economica. Ma questo non è la verità. È un’ideologia.
Se io modifico l’assunto iniziale e affermo che un maggiore benessere diffuso si può raggiungere anche per altre vie, come la redistribuzione, l’etica dei bisogni, il principio della sufficienza e il rispetto dei limiti naturali, automaticamente falsifico le affermazioni precedenti e ne costruisco delle altre. La somma degli angoli di un triangolo non equivale più a 180°. Tornando agli esempi precedenti, potrò affermare che, perseguendo la via del risparmio energetico, l’energia nucleare forse non è necessaria. Oppure che per preservare gli equilibri sociali e ambientali di un paese l’immigrazione va contenuta e governata, e non per forza incoraggiata. Oppure, ancora, che se uno stato vuole governare il sistema dei bisogni dei propri abitanti deve essere in possesso della piena sovranità politica ed economica. Vedete, cambia tutto. Cambia sistema di pensiero: dall’ideologia del capitalismo all’ideologia della decrescita.
Per concludere
È dunque la decrescita portatrice di una maggiore verità? Io non credo. Il punto è che mentre i sostenitori della decrescita (se non vi piace il nome possiamo anche chiamarla a-crescita, o post-crescita, a un certo punto il nome conta poco) sono consapevoli di portare avanti delle proposte alternative al pensiero dominante e quindi sanno di essere in un preciso solco ideologico, i sostenitori del capitalismo se ne rendono conto a fatica e perseverano a considerare la crescita illimitata un dogma di verità. Se vogliamo costruire un vero e autentico dialogo sui temi cruciali della nostra epoca ogni fazione, ogni persona, dovrebbe compiere prima un salto di consapevolezza: se io so che la mia posizione non è la verità, ma solo una delle possibili interpretazioni della realtà (magari comunque quella migliore) allora posso accogliere con serenità anche le posizioni diverse dalla mie e cercare con gli altri una sintesi comune. Basta volerlo.


