Categoria: Attualità

  • Decrescita e Capitalismo: questione di ideologie

    Decrescita e Capitalismo: questione di ideologie

    “È ora di finirla con questi pregiudizi ideologici!”

    “Dobbiamo analizzare la situazione senza paraocchi ideologici!”

    “Torniamo ai fatti. Basta con le ideologie!”

    Quando si tratta di condurre un confronto su un certo fenomeno politico, economico o sociale, la prima preoccupazione degli osservatori illuminati è di sgombrare il campo da qualunque fraintendimento: “la mia analisi sarà oggettiva e non sarà deviata da ideologie personali”. Come se l’ideologia fosse una sorta di difetto di fondo, un errore sistematico che, con le giuste precauzioni (attenersi ai soli dati misurabili), può essere adeguatamente eliminato. La disciplina in cui questa forma mentis viene sbandierata il maggior numero di volte è, guarda caso, l’economia. Perché nell’economia chi comanda davvero sono i soldi, quindi i numeri: non c’è spazio per le ideologie!

    Sembra tutto molto giusto, molto bello, troppo facile. In realtà viene da chiedersi: ma è davvero una brutta cosa l’ideologia, qualcosa da cui fuggire quando si indaga la realtà? E ancora: l’ideologia è davvero evitabile? Se ne può fare a meno con le dovute accortezze metodologiche?

    Forse prima di tutto dovremmo chiederci cosa intendiamo, esattamente, col termine ideologia e quali sono le sue accezioni più comuni. È quello che proverò a fare in questo articolo. Per spiegare il mio punto di vista, mi servirò della disciplina che insegno a scuola, la matematica. Non me ne vogliano gli odiatori di questa materia! Il motivo di questa scelta è che in un certo senso, anche se può sembrare paradossale, la matematica è la disciplina ideologica per eccellenza. Imparare a capire come funziona la matematica (nello specifico parleremo di geometria) ci può forse aiutare a comprendere se abbia senso pretendere di sbarazzarsi delle ideologie quando si analizza la realtà. Il passo successivo mi porterà a fare un confronto all’interno di una nuova cornice di senso tra Decrescita e Capitalismo.

    Che cos’è l’ideologia

    Il termine ideologia è definito dall’Enciclopedia Treccani come il complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni, valori che orientano un determinato gruppo sociale. A coniare il termine fu alla fine del Settecento il filosofo illuminista Destutt de Tracy. Nella sua visione originaria, il termine aveva un significato puramente positivo e scientifico: doveva essere la “scienza che studia l’origine delle idee” a partire dalle sensazioni umane, sul modello delle scienze naturali.

    Il concetto di ideologia venne poi ripreso, in un’accezione più critica, da Karl Marx e Friedrich Engels, secondo i quali l’ideologia corrisponde alla rappresentazione capovolta, illusoria e mistificata della realtà materiale. Per Marx ed Engels non sono le idee a determinare la realtà sociale; piuttosto sono i rapporti materiali di produzione (la struttura economica) a determinare le idee (la sovrastruttura). La classe che detiene i mezzi di produzione materiale detiene anche i mezzi di produzione intellettuale, imponendo la propria visione del mondo come l’unica naturale e oggettiva. Se pur con delle variazioni, questa concezione critica verrà ripresa anche da altri studiosi come Gramsci, Althusser, Horkheimer e Adorno: l’ideologia è vista sempre come una interpretazione imposta con vari mezzi dalle classi dominanti alle classi sottoposte.

    Si svilupperà nel Novecento anche una terza concezione di ideologia, che potremmo definire sociologica. Secondo autori come Durkheim, Weber e Pareto, l’ideologia corrisponde a una visione del mondo specifica (Weltanschauungen secondo Weber) che ogni gruppo sociale sviluppa per dare senso, legittimazione e ordine alla propria vita quotidiana, che sia di privilegio o di sfruttamento. L’ideologia diventa quindi la tendenza da parte di ogni gruppo sociale a scambiare le idee sulle cose con le cose stesse.

    In conclusione, possiamo affermare che non esiste nella storia del pensiero una definizione univoca di ideologia; se dovessi però trovare una formulazione adatta al mio scopo, definirei l’ideologia come falsa coscienza (alla Marx), quindi rappresentazione distorta della realtà, propria però non solo dei gruppi dominanti, ma di qualunque formazione sociale determinata (storicamente, geograficamente, culturalmente, economicamente ecc.).

    Il parallelo con la geometria

    Per spiegare ora cosa c’entri la matematica con l’ideologia, dobbiamo prima capire come funziona e non funziona la matematica.

    La matematica non opera come la scienza. Nelle scienze sperimentali ogni teoria viene elaborata a partire da dati numerici ricavati in modo opportuno (misurazioni) che vengono poi aggregati secondo formulazioni coerenti. La validità di una teoria scientifica deriva quindi, oltre che dalla sua coerenza interna, dalla corrispondenza con le verifiche sperimentali. Non esiste una verità scientifica assoluta; piuttosto vige il principio di non falsificazione: una teoria è vera fintanto che tutte le verifiche sperimentali la confermano. È il cosiddetto metodo induttivo.

    La matematica invece si basa sul metodo assiomatico-deduttivo. Le regole matematiche non possono essere verificate con i dati sperimentali, perché trattano di entità astratte (numeri, figure, strutture…). Si parte allora da alcune affermazioni presentate come vere a prescindere perché auto-evidenti (gli assiomi) dai quali, per necessità logica, vengono dedotte proprietà successive, a cascata. La validità di un’intera teoria matematica discende quindi dall’accettazione degli assiomi iniziali, oltre che, ovviamente, dalla sua coerenza interna.

    L’esempio che voglio portarvi riguarda la geometria e una famosa proprietà dei triangoli. Forse vi ricorderete dai vostri studi scolastici che la somma degli angoli interni di un qualunque triangolo vale un angolo piatto, cioè 180°. Questa proprietà non discende dal cielo, ma può essere dimostrata. Attenzione: può essere dimostrata se accettiamo qualche presupposto iniziale. Nella geometria sistematizzata dal matematico Euclide (la geometria euclidea, appunto), esiste un assioma importante, chiamato anche Postulato delle parallele, che dice questo:

    per un punto esterno a una retta passa una e una sola retta parallela alla retta data.

    Se accettiamo questo presupposto (passa sicuramente una retta, e non più di una) allora possiamo facilmente dimostrare la famosa proprietà dei triangoli. Prendiamo un triangolo qualunque ABC. Tracciamo ora la retta parallela a un lato (scegliamo AB) passante per il vertice opposto: lo possiamo fare, questa retta esiste ed è unica. Allora in corrispondenza di quel vertice si formano tre angoli che sommati danno, ovviamente, l’angolo piatto. Dunque α+C+β=180°. Ma l’angolo α è uguale all’angolo A (si chiamano alterni interni ed è facile vedere che sono uguali), e allo stesso modo l’angolo β è uguale all’angolo B. Dunque sostituendo gli angoli α e β con A e B, otteniamo A+C+B=180°, che è quello che volevamo dimostrare.

    E se il Postulato non vale? Le geometrie non euclidee

    Risulterà evidente che questa dimostrazione non possa esistere senza il Postulato delle parallele. Se la retta passante per il punto C non esiste oppure non è l’unica, cade tutto l’edificio logico che abbiamo costruito. Eppure in passato c’è chi ha provato a “fare a meno” del Postulato delle parallele, sostituendolo con assiomi alternativi. Parliamo di matematici come Gauss, Beltrami, Bolyai, Riemann, Lobacevskij, Poincaré, considerati i fondatori delle geometrie non euclidee. In queste nuove geometrie, innestate su nuovi assiomi, non valgono più molti teoremi dedotti dai postulati della geometria euclidea.

    Per esempio, nella geometria iperbolica, sviluppata da Eugenio Beltrami e Henry Poincarè, il Postulato delle parallele è negato e sostituito dall’assioma:

    per un punto esterno a una retta passano almeno due parallele alla retta data.

    Il fatto decisivo è che, se accettiamo questo strano assioma, arriviamo a nuove deduzioni altrettanto bizzarre, per esempio quelle riguardanti i triangoli. Si può dimostrare infatti che nella geometria iperbolica la somma degli angoli di un triangolo è minore di 180°.

    Oppure, in una direzione diversa, si può negare, come ha fatto il matematico Bernard Riemann, il Postulato delle parallele, in questo modo:

    per un punto esterno a una retta non passa nessuna parallela alla retta data.

    Questo assioma è alla base della geometria sferica. Anche qui discendono nuove regole sui triangoli. Nella geometria sferica si dimostra che la somma degli angoli di un triangolo è maggiore di 180°.

    Chi ha ragione, dunque? Euclide, Beltrami, Riemann? La domanda in realtà è mal posta. Tutte queste geometrie hanno senso e ragione di esistere. Quella euclidea perché rappresenta la migliore e più comoda astrazione degli oggetti della nostra realtà quotidiana. Quelle non euclidee, nonostante partano da premesse anti-intuitive, hanno consentito di descrivere matematicamente alcuni fenomeni fisici, come la teoria della relatività generale di Einstein.

    L’adeguatezza formale e sostanziale delle geometrie non euclidee e i loro riscontri fisici, oltre che matematici, ci aiuta quindi a comprendere fino in fondo il metodo assiomatico: la validità di una teoria discende dall’accettazione delle premesse iniziali. Non esistono premesse sbagliate; esistono piuttosto premesse da cui possono derivare conclusioni dotate di senso, coerenti internamente (cioè logicamente tra loro) ed esternamente (cioè con un certo grado di riscontro con la realtà).

    Capitalismo e decrescita: due ideologie

    Vale nella matematica, ma vale anche con le ideologie. Perché nonostante tutta la buona volontà che possiamo mettere nel costruire una visione di mondo coerente, in grado di spiegare ogni fenomeno, o addirittura con capacità predittive nel futuro, dobbiamo accettare l’idea che è una visione costruita su premesse arbitrarie. Vale anche per il capitalismo.

    Se affermiamo che una società umana, per raggiungere un migliore grado di benessere diffuso, ha bisogno di continua crescita economica (intesa quantomeno come aumento della produzione e dei consumi) non stiamo affermando un fatto vero a prescindere: stiamo facendo un assunto, cioè una premessa iniziale. Da questa e da altre premesse discenderanno poi delle conseguenze necessarie. Per esempio che bisogna aumentare sempre più l’energia prodotta, e quindi l’energia nucleare è irrinunciabile. Oppure che l’Italia deve attrarre forza lavoro per sostenere la produzione, sostenere il sistema pensionistico e dunque favorire i consumi, quindi l’immigrazione va incentivata e non ostacolata. Oppure, ancora, che la sovranità degli stati va sempre più ceduta alle istituzioni finanziarie, alle agenzie di rating e alla banche centrali, in poche parole ai mercati, perché essi più di tutti conoscono la migliore allocazione di risorse per massimizzare produzione e consumi.

    Queste tre considerazioni sono giuste e corrette, se mi muovo nel sistema di pensiero capitalista e cioè se accetto l’assunto iniziale che un maggiore benessere diffuso richiede per forza una continua crescita economica. Ma questo non è la verità. È un’ideologia.

    Se io modifico l’assunto iniziale e affermo che un maggiore benessere diffuso si può raggiungere anche per altre vie, come la redistribuzione, l’etica dei bisogni, il principio della sufficienza e il rispetto dei limiti naturali, automaticamente falsifico le affermazioni precedenti e ne costruisco delle altre. La somma degli angoli di un triangolo non equivale più a 180°. Tornando agli esempi precedenti, potrò affermare che, perseguendo la via del risparmio energetico, l’energia nucleare forse non è necessaria. Oppure che per preservare gli equilibri sociali e ambientali di un paese l’immigrazione va contenuta e governata, e non per forza incoraggiata. Oppure, ancora, che se uno stato vuole governare il sistema dei bisogni dei propri abitanti deve essere in possesso della piena sovranità politica ed economica. Vedete, cambia tutto. Cambia sistema di pensiero: dall’ideologia del capitalismo all’ideologia della decrescita.

    Per concludere

    È dunque la decrescita portatrice di una maggiore verità? Io non credo. Il punto è che mentre i sostenitori della decrescita (se non vi piace il nome possiamo anche chiamarla a-crescita, o post-crescita, a un certo punto il nome conta poco) sono consapevoli di portare avanti delle proposte alternative al pensiero dominante e quindi sanno di essere in un preciso solco ideologico, i sostenitori del capitalismo se ne rendono conto a fatica e perseverano a considerare la crescita illimitata un dogma di verità. Se vogliamo costruire un vero e autentico dialogo sui temi cruciali della nostra epoca ogni fazione, ogni persona, dovrebbe compiere prima un salto di consapevolezza: se io so che la mia posizione non è la verità, ma solo una delle possibili interpretazioni della realtà (magari comunque quella migliore) allora posso accogliere con serenità anche le posizioni diverse dalla mie e cercare con gli altri una sintesi comune. Basta volerlo.

  • Remigrazione: una critica

    Remigrazione: una critica

    Si parla sempre più, nei media, sul web, nei notiziari, della parola remigrazione. Originariamente, nelle scienze sociali, il termine indica semplicemente il ritorno di un migrante al paese d’origine. Negli ultimi mesi, invece, il termine è diventato un vero e proprio slogan di alcuni movimenti e partiti anti-immigrazionisti, in particolare della Lega, che ha espresso più volte questo concetto per mezzo di alcuni suoi esponenti.

    • Silvia Sardone, vice-segretaria della Lega:

    “Non ci rassegniamo alla società meticcia. Parola d’ordine: remigrazione”.

    • Roberto Vannacci, ex vice-segretario, ora leader di Futuro Nazionale:

    “La remigrazione non è una parola magica o un tabù, è una necessità logica. Se l’integrazione è fallita e l’identità nazionale è a rischio, il ritorno assistito e organizzato nei paesi d’origine è l’unica soluzione per evitare il collasso sociale. Non è odio, è buonsenso: ognuno a casa sua per vivere meglio tutti.

    • Samuele Piscina, consigliere comunale di Milano

    “Parlate di censura e poi volete tappare la bocca a chi propone la remigrazione. È un concetto politico legittimo, discusso in tutta Europa. Se per voi chiedere che chi delinque o chi non ha diritto di stare qui torni a casa propria è razzismo, allora avete un problema con la realtà, non con la Lega”

    • Simonetta Mattone, deputata ed ex magistrata

    La remigrazione, intesa come rimpatrio effettivo e revoca della cittadinanza per chi commette reati gravi, è una risposta alla richiesta di sicurezza dei cittadini. Non possiamo continuare a subire passivamente flussi che non siamo in grado di gestire”.

    Ultimamente il concetto di remigrazione è diventato anche un vero e proprio programma politico di un comitato nato da poco, Remigrazione e Riconquista che, insieme alla stessa Lega e ad altri movimenti, ha organizzato il 18 aprile in piazza Duomo a Milano il Remigration Summit. L’evento, che ha visto la partecipazione anche di vari esponenti di partiti nazionalisti europei, è servito soprattutto come cassa di risonanza per una proposta di legge di iniziativa popolare sul tema della remigrazione che, ad oggi, ha raccolto circa 150 000 firme.

    La diffusione mediatica del concetto di remigrazione ha provocato, specialmente sul web, il solito fenomeno di polarizzazione degli antagonismi. Se da una parte lo slogan è rivendicato con forza dai movimenti sovranisti italiani, dall’altra il mondo progressista, liberale e libertario ha prontamente bollato il concetto e i suoi promotori con i consueti appellativi denigratori.

    • Slogan del primo corteo alla contro-manifestazione di Milano del 18 aprile:

    Milano è migrante. Fuori i razzisti e i fascisti da Milano”

    • Slogan del secondo corteo a Milan:

    “Liberiamo Milano: senza paura contro fascismo, razzismo e sessismo”

    • Elly Schlein, segretaria del PD:

    “La remigrazione è solo una parola nuova per nascondere il vecchio odio di sempre”.

    • Giuseppe Conte, leader del M5S:

    “Una sfilata di patrioti della domenica che non sanno come gestire la realtà e si rifugiano in slogan crudeli” .

    Razzismo, fascismo, sessismo, odio, crudeltà… è davvero l’unico modo di criticare una proposta politica, seppure controversa? È facile affermare che la remigrazione è solo uno slogan; ma non sono forse slogan anche le dichiarazioni che ne sono scaturite dall’altra parte?

    Vorrei provare, in questo articolo, a costruire una critica un po’ più profonda, che tenti non solo di analizzare la proposta di legge dei movimenti della remigrazione e la sua reale infattibilità, ma anche di ricercare le cause che hanno determinato l’insorgere di questo concetto; perché nessuna idea politica, per quanto malsana e non condivisibile, nasce per caso. Il fatto che una proposta trasformativa e radicale venga semplicemente dichiarata spazzatura da forze politiche che pure si battono per un ideale di trasformazione della società, benché su posizioni antitetiche, fornisce un quadro della qualità media del dibattito pubblico piuttosto desolante.

    La proposta del comitato Remigrazione e Riconquista si articola in 10 punti:

    1. Controllo dei flussi migratori
    2. Confisca contro lo sfruttamento dell’immigrazione
    3. Espulsione degli irregolari e di chi commette reati
    4. Istituto della Remigrazione
    5. Patto di Remigrazione Volontaria
    6. Fondo Nazionale per la Remigrazione
    7. Stop alle ONG del traffico migratorio
    8. Abolizione del Decreto Flussi e ritorno degli italo-discendenti
    9. Fondo per la Natalità Italiana
    10. Case e asili nido: nuovi criteri di priorità

    Penso che si possano ulteriormente raggruppare queste proposte in 3 macro-temi:

    • Massima limitazione dei flussi migratori in ingresso nel paese (punti 1, 2, 7, 8)
    • Politiche di facilitazione e incentivo alla remigrazione forzata (per gli stranieri irregolari o che commettono reati) o volontaria (per gli stranieri regolari) (punti 3, 4, 5, 6)
    • Incentivi al ritorno degli italiani (punti 8, 9 e 10).

    L’aspetto che maggiormente salta all’occhio leggendo le idee del comitato Remigrazione non sono tanto le proposte in sé, ma la superficialità dell’analisi politica, economica e sociale che ne sta alla base. Per esempio, le problematiche derivanti dall’inverno demografico in Italia sono note e la necessità di invertire la forte tendenza al calo delle nascite (a cui, tra l’altro, si adeguano anche gli stessi migranti una volta radicati in Italia) è condivisa da molti, compreso l’attuale Governo. Il fatto che neppure in questi anni di destra al potere non si sia riusciti a invertire, neppure a ridurre, il calo delle nascite, dovrebbe suggerire che ci troviamo di fronte a un fenomeno che non si può risolvere in modo semplicistico fornendo bonus e sussidi.

    Lo stesso dicasi per un improbabile ritorno degli italo-discendenti: con che cosa si vorrebbero convincere le migliaia di cervelli in fuga che hanno lasciato l’Italia alla ricerca di migliori prospettive di lavoro a tornare nella madrepatria? Con delle agevolazioni? Con la pubblicità? I soldi non possono tutto. O meglio, non possono, da soli, contrastare le grandi tendenze del nostro tempo.

    Credono forse, i sostenitori della Remigrazione, che il calo delle nascite, i flussi migratori in ingresso (immigrati stranieri) e in uscita (cervelli in fuga) siano eventi contingenti, o addirittura effetti delle decisioni di un complotto planetario? A parte qualche vago cenno (si parla di generici “processi geopolitici ed economici”) si ignorano completamente le cause strutturali di questi fenomeni. Queste cause hanno un nome: si chiamano capitalismo, globalizzazione, economia di mercato. Mercato non solo di beni e servizi, ma anche di persone che, per alimentare la grande macchina della produzione e del consumo globale, sono indotte a spostarsi alla ricerca del meglio per sé. Nel capitalismo globalizzato, l’Italia è solo un hub commerciale, un polo logistico che riceve e reindirizza merci e persone da alcuni paesi verso altri. Ad alimentare questi flussi sono unicamente le leggi dell’economia, non le decisioni di qualche centro di interesse.

    È inutile, allora, cercare di contrastare questi fenomeni con bonus e sussidi, perché se l’unico criterio di scelta è il portafoglio, le persone seguono altre vie… proprio quelle dei flussi migratori! L’immigrazione di massa è un fenomeno immenso, epocale, troppo grande per essere governato con qualche decreto legge. È come la lotta al cambiamento climatico: impossibile da vincere con qualche vincolo normativo o pubblicità progresso. Deve essere chiaro, quindi, che è il modello di sviluppo in cui ci troviamo che alimenta i flussi migratori, sia in ingresso che in uscita: è un modello di sviluppo materialista e individualista, che non può essere vinto sul suo terreno, l’economia, ma su altri presupposti ideologici. Anche perché questo modello di sviluppo ci garantisce, che lo vogliamo oppure no, un certo benessere, quantomeno a livello globale. Possiamo anche chiudere le frontiere, favorire il rimpatrio degli stranieri, ma dobbiamo essere consci del fatto che ci stiamo economicamente dando la zappa sui piedi: stiamo rinunciando a forza lavoro, contributi per le pensioni, consumatori. Ne sono consapevoli i promotori della remigrazione?

    Infine, pur senza scivolare nelle accuse semplicistiche di fascismo, razzismo eccetera, non si può non vedere nelle proposte della remigrazione un evidente pericolo di scivolamento verso idee etnocentriche e pratiche discriminatorie. L’idea di dare priorità nell’accesso agli alloggi pubblici e agli asili nido, o destinare dei fondi per la natalità solo alle famiglie italiane (tra l’altro: da quante generazioni?) sono assolutamente irricevibili: lo status di cittadino italiano può garantire maggiori diritti civili, non può certo influire su diritti fondamentali come quello alla casa, che discendono unicamente dalla dignità della persona.

    Potrei concludere qui il mio intervento, se non sentissi forte il bisogno di criticare anche chi, a sinistra, si è limitato a liquidare la remigrazione e i suoi sostenitori con i peggiori aggettivi. Perché è comodo, quando si ha davanti un anniversario che propone delle idee estreme, bollarlo come fascista, razzista, xenofobo. Basta l’aggettivo e non serve aggiungere altro, no? Oppure si rimane a una spiegazione superficiale, sostenendo che l’anti-immigrazionismo nasce unicamente come odio verso lo straniero a causa del peggioramento delle condizioni di vita generali degli italiani, vero o presunto. Sarà anche questo. Eppure io nelle proposte di Remigrazione non leggo frasi di odio. Leggo accuse contro il traffico di esseri umani e lo sfruttamento dell’immigrazione e della manodopera a basso costo. Leggo che l’immigrazione di massa è un problema anche per i paesi di origine dei migranti (“impoverisce il patrimonio umano e culturale”). È xenofobia, questa?

    E ancora, è possibile che l’unico metro ideologico della sinistra per spiegare i fenomeni sia quello materialista? Perché non ci si rende conto che l’ostilità contro l’immigrazione di massa, molto diffusa nella popolazione, nasce soprattutto da un forte bisogno di un ristabilimento comunitario? L’economia globalizzata distrugge non solo l’ambiente, ma anche le identità dei popoli e i legami comunitari, sradicandoli in nome degli unici vincoli ammessi, quelli della domanda e dell’offerta. La gente comune ha bisogno, un disperato, grande bisogno, che si recuperino i legami comunitari geografici, che si ristabilisca il senso di appartenenza a una storia, a un modo comune di essere, di sentirsi parte di un popolo, retto da una fratellanza solidale, in un mondo che pare governato solo dai flussi di merci e delle persone, in cui le uniche comunità ammesse sembrano essere quelle di consumo.

    Perché la sinistra continua a ignorare questo bisogno? Ha poco senso voler combattere le disuguaglianze, se poi non ci si rende conto che sono proprio i flussi migratori di massa ad alimentare, dentro e fra gli Stati, queste disuguaglianze, con tutto quello che ne consegue. I dati del Ministero dell’Interno relativi agli ultimi anni parlano di un generale aumento dei reati di violenza (rapine, estorsioni, danneggiamenti, percosse) soprattutto tra gli stranieri e in modo particolare tra i minorenni di origine straniera. Non sarà forse il collasso sociale di cui parla Vannacci, ma l’idea di una società meno sicura, alla ricerca di una identità e stabilità perdute, è diffusa.

    In conclusione, le proposte della remigrazione, pur largamente irrealizzabili, in parte discriminatorie, in parte velleitarie, possono fornire quantomeno un ulteriore spunto di riflessione su come il fenomeno dell’immigrazione di massa, con tutte le sue conseguenze, a partire da un indebolimento del senso di appartenenza comunitaria delle popolazioni, debba essere affrontato cambiando prospettiva ideologica. Non potranno mai essere gli spostamenti di denaro e i decreti legge a cambiare il corso di eventi epocali come questo: è l’economia di mercato globalizzata il motore primo dei grandi flussi di persone. È verso questo totem che bisogna lottare, con la piena consapevolezza di cosa questo possa implicare.

  • La crisi del latte

    La crisi del latte

    Qualche settimana fa mi trovavo in un discount per fare la spesa. Dovevo comprare il latte e, con mia grande soddisfazione, sono riuscito a trovare un pacco da 12 confezioni da 1 litro a un prezzo super scontato. Dopo qualche giorno, a casa, guardando una delle confezioni, mi sono accorto che il latte proveniva dal Portogallo. Mi sono indignato e anche un po’ sentito in colpa per avere comprato a un prezzo stracciato del latte estero, quando i territori dove vivo (provincia di Brescia) sono pieni di allevamenti di vacche da latte.

    La spesa successiva sono tornato nello stesso discount con la ferma intenzione di comprare del latte italiano, prestando particolare attenzione alle etichette. Ci credete che non ho trovato nessuna marca italiana? Sono dovuto quindi scendere a patti con l’offerta del supermercato, optando per un latte comunque non italiano a un prezzo non troppo basso.

    Più o meno negli stessi giorni, parlando con mio suocero, di professione coltivatore e allevatore, sono venuto a conoscenza di un fatto rilevante di questi ultimi mesi che, a causa della concomitanza con altri avvenimenti importanti, probabilmente è rimasto noto solo agli addetti ai lavori.

    Cosa è successo

    È successo che negli ultimi mesi il prezzo del latte ha avuto un drastico calo in tutta Europa, Italia compresa. La causa principale sembra essere una eccessiva produzione nell’ultimo anno che, in Europa, ha fatto scendere il prezzo medio (alla stalla, quindi dal produttore) intorno ai 50 centesimi al litro.

    Sicuramente un bene per le tasche dei consumatori, ma un problema per gli allevatori. Anche perché i costi di produzione per gli allevatori rimangono importanti, complici anche gli ultimi avvenimenti internazionali (aumento del prezzo dei carburanti e dei fertilizzanti chimici). Gli allevatori sono quindi schiacciati in una morsa: da una parte costi di produzione che non calano e dall’altra prezzi di vendita molto bassi, che li costringono a lavorare anche in perdita.

    Perché si è arrivati a questo? Era un evento inevitabile? Parliamo solo di meccanismi fisiologici di mercato? Lavorando a questo articolo, ho cercato di conoscere le principali dinamiche che governano la filiera del latte; non ho impiegato molto a riscontrare diverse criticità. Ma mentre cercavo di elaborare le soluzioni a queste criticità, mi sono reso conto che la sfida stava diventando più ardua del previsto.

    La filiera del latte, come tutte le principali catene commerciali, è, dal punto di vista capitalistico, una macchina perfetta. Il fatto che presenti delle evidenti iniquità e problematiche a livello ambientale non implica infatti che non funzioni: semplicemente procede secondo le regole del mercato.

    Se si vuole trasformare questa filiera seguendo altri paradigmi, bisogna rendersi conto che si va per forza a penalizzare qualcuno o qualcosa. La Decrescita porta con sé questo maledetto fardello. Motivo per cui, alla fine, ho deciso di arrendermi, almeno parzialmente: volevo trovare delle soluzioni praticabili a questa crisi ma non ci sono riuscito. Tuttavia, approfitterò di questo spazio per mostrare come la crisi del latte sia paragonabile a molte altre e per far vedere quali sarebbero i nodi cruciali da affrontare se si volesse cambiare questa filiera in senso decrescente.

    Prima di cominciare, una premessa: io non sono, evidentemente, un esperto del settore. Non sono un allevatore o un commerciante di latte, non lavoro in un caseificio. Ciò nonostante credo di poter dare la mia opinione se non altro come cittadino, che consuma latte e derivati quotidianamente e che vive in un territorio dove l’allevamento di mucche da latte costituisce una fetta importante del settore agricolo.

    Non credo infatti che, quando parliamo di fenomeni complessi (e questo lo è, a tutti gli effetti), possano avere diritto di parola solo gli esperti del settore. Proprio perché parliamo di fenomeni complessi, è importante, per chi voglia trovare soluzioni, provare ad avere uno sguardo globale del problema. Allo stesso tempo, però, bisogna parlare con cognizione di causa, superando la tentazione di cadere nelle chiacchiere da bar. La vera politica è questo: rendersi conto dei fenomeni sociali, provare a darne una interpretazione secondo la propria visione ideologica (che è inevitabile, con buona pace di chi si crede al di sopra delle ideologie), discuterne con gli altri e provare a trovare una formula di convivenza il più possibile condivisa.

    La situazione commerciale del latte in Italia

    Partiamo quindi dal quadro generale della produzione del latte. Il latte viene venduto al dettaglio (nei supermercati e nei negozi) o alle industrie di trasformazione per la produzione dei derivati (burro, panna, formaggio, yogurt). Dal punto di vista della bilancia commerciale l’Italia è un importatore netto di latte: la produzione degli allevamenti italiani non riesce cioè a coprire il totale del fabbisogno del nostro paese per cui siamo costretti ad acquistarlo da altri paesi, soprattutto paesi europei confinanti col nostro (Francia, Germania e Austria). A livello quantitativo, parliamo di un 35% di latte importato dall’estero sul totale di quello consumato in Italia.

    Stiamo quindi parlando di una fetta importante, dovuta soprattutto alla forte sete di latte da parte del settore caseario. L’Italia, infatti, è un grosso esportatore di formaggio. Se trascurassimo il formaggio esportato e consumato all’estero, l’Italia avrebbe un tasso di auto-approvvigionamento di latte pari a quasi il 95%, grazie anche al fatto che la produzione nazionale di latte è aumentata notevolmente negli ultimi anni.

    Il problema qual è? È che il latte proveniente dagli altri paesi, in particolare dalla Germania (ma se ne stanno aggiungendo ultimamente altri, come la Polonia, la Slovenia e l’Ungheria), è forte di un prezzo di vendita più basso grazie ai minori costi di produzione (le grandi distese pianeggianti dell’Europa centrale consentono la presenza di stabilimenti enormi che possono compensare i costi fissi con grandi volumi produttivi; anche i prezzi dei terreni e dei mangimi sono spesso inferiori), minori oneri burocratici e minori standard di benessere animale (molte stalle italiane hanno investito milioni in sistemi di ventilazione, stalle aperte e lettiere hi-tech per certificazioni di benessere animale che in altri Paesi sono considerate “opzionali” o meno stringenti).

    L’adesione dell’Italia al Mercato Unico Europeo fa sì che il latte italiano debba competere con il latte estero che è quasi sempre vincente sul versante del prezzo. Dal canto suo il latte italiano riesce generalmente a sostenere la competizione puntando sulla qualità, con i marchi DOP e IGP, con certificazioni di sostenibilità e sulla presunta affezione del consumatore al latte nostrano. Quando però il prezzo sul mercato europeo scende troppo, la competizione commerciale trascina con sé anche il buon latte italiano, che deve per forza adeguarsi. E così si arriva a quello cui stiamo assistendo in queste settimane.

    In un recente tavolo convocato dal ministero dell’agricoltura, oltre a trovare accordi sul prezzo minimo di vendita del latte in Italia (55 centesimi al litro almeno per i quantitativi pari a quelli dello scorso anno), il ministro Lollobrigida e i rappresentanti delle associazioni di categoria hanno ribadito la necessità di affrontare la crisi sostenendo la domanda interna, con azioni informative volte a promuovere la qualità del latte italiano.

    Una proposta che più che altro sembra una scappatoia e uno scaricabarile: una scappatoia perché si vuole stimolare la domanda quando è abbastanza chiaro che la domanda di latte crudo italiano è piuttosto satura; e uno scaricabarile perché si addossala responsabilità del destino degli allevatori direttamente sul consumatore. Sono entrambe risposte capitalistiche: puntare sull’aumento della domanda e sulla scelta illuminata del consumatore che, come è noto, ha sempre ragione e dunque, desideroso di buona qualità e animato da spirito patriottico, sceglierà senza indugio i marchi italiani, nonostante costino di più.

    Ma questa è un’idea basata sull’assunto che il consumatore medio sia un decisore perfettamente libero, quando sappiamo invece che nella realtà non lo è. Forse chi fa questi discorsi ha in mente una clientela benestante e ben istruita. Ma non tutti i clienti di un supermercato sono così. Quando si è al supermercato, diciamocela tutta, dal punto di vista del prodotto, un latte vale un altro. Un consumatore non sente differenze di qualità e men che meno è consapevole di tutto il processo produttivo. L’unica caratteristica che riconosce con immediatezza è il prezzo. E secondo voi tra un latte italiano che costa 90 centesimi al litro e uno estero che ne costa 50 quale sceglierà? Vogliamo scommettere?

    Le cause della crisi

    Torniamo al prezzo del latte. Abbiamo detto all’inizio che è stato causato da un eccesso di produzione avvenuto in Europa nell’ultimo anno. Vale la pena, per avere un’idea ancora più ampia del fenomeno, andare a ricercare le cause di questa crisi da sovrapproduzione.

    Negli anni 2022-2023, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, il prezzo del latte alla stalla era volato a livelli record (vicini ai 0,60 €/litro). Spinti dai guadagni e dalla necessità di coprire i rincari energetici, molti allevatori in tutta Europa hanno di conseguenza investito per aumentare la produzione (acquistando più vitelli e ampliando gli allevamenti). Il ritorno economico di questi investimenti ha iniziato ad arrivare dopo circa due anni (il tempo che impiega una manza per iniziare a produrre latte).

    Pertanto gli investimenti fatti nel 2023 sono arrivati a regime proprio tra il 2024 e il 2025, inondando il mercato di latte proprio quando, paradossalmente, la domanda iniziava a calare, a causa dei prezzi al carrello non calati proporzionalmente e a causa della diminuzione della domanda extra UE, in particolare della Cina, che ha investito massicciamente nelle proprie stalle nazionali per diventare autosufficiente.

    Per non farsi mancare nulla, negli ultimi anni molte stalle hanno anche migliorato l’efficienza produttiva, facendo sì che una mucca, oggi, produca molto più latte rispetto a 10 anni fa, grazie alla selezione genomica e a stalle più confortevoli. Combinando insieme questi fattori (ritorno degli investimenti del 2022-2023, calo delle esportazioni in Cina, miglioramento dell’efficienza delle stalle), ecco la tempesta perfetta della sovrapproduzione e del crollo dei prezzi.

    Con conseguenze anche dal punto di vista ecologico: per rispondere all’aumento dei costi spesso gli allevatori non hanno altra strada se non espandere le proprie aziende per ammortizzare i costi fissi e incrementare il margine di guadagno. L’espansione degli allevamenti comporta quindi consumo di suolo fertile e aumento delle emissioni di gas serra; se poi, successivamente, ci si accorge che si è prodotto troppo, c’è pure l’eventualità che molti animali debbano essere abbattuti in massa.

    Riflessioni finali

    Come potete intuire, le criticità di questo settore sono tante e credo di aver dato solo una panoramica generale, senza considerare molti aspetti di dettaglio che mi sono ignoti. Alcune domande mi sorgono e, chissà, magari qualcuno mi aiuterà a trovare le risposte.

    • È proprio impossibile immaginare un sistema agricolo in cui i coltivatori e gli allevatori possano vendere i loro prodotti con un ritorno economico sufficiente a garantirgli la sopravvivenza senza i sussidi pubblici (PAC) e senza che siano costretti a espandere i propri stabilimenti?
    • La filiera casearia italiana premia economicamente le grandi aziende del formaggio italiano (per esempio il Grana Padano) grazie alle esportazioni, e penalizza i produttori di latte, che devono competere in modo impari con il latte estero. È, questo, un sistema equo?
    • L’adesione al Mercato Unico Europeo e l’export del formaggio italiano sembrano essere due totem indiscutibili, il bene assoluto, irrinunciabili. Non si possono proprio ridiscutere?
    • Perché la scelta del latte italiano deve essere sempre scaricata sul consumatore finale? Non esistono altri meccanismi? L’ente pubblico non può davvero intervenire?

    Il settore del latte, come tanti altri, risponde al momento solo alle logiche del mercato. È davvero impossibile immaginare che possa operare con altre regole, basate sull’equità tra i vari attori della filiera, sul contenimento delle emissioni, sul controllo della domanda e sui principi dell’autoproduzione e dell’autoconsumo? O ci dobbiamo per forza rassegnare al fatto che il mondo è fatto così e così deve rimanere?