I dati ISTAT
Mentre la popolazione italiana ed europea rimane in attesa di sapere quali potranno essere gli esiti dei conflitti mediorientali, noi proseguiamo con l’analisi del rapporto BES. Siamo giunti al quarto capitolo, un capitolo cruciale direi, perché parliamo di Benessere economico. Qual è la situazione economica generale dei cittadini italiani? Su questo i dati ISTAT appaiono più che positivi.
Nel 2024 il reddito disponibile lordo pro-capite è aumentato del 2,7% rispetto all’anno precedente (in termini assoluti si è passati dai 17.744 euro del 2014 ai 22.977 del 2024), a fronte di un aumento del potere d’acquisto dell’1,3%. Aumenta anche la ricchezza media a prezzi costanti (anche se i dati sono fermi al 2022).

Non ci sono variazioni significative rispetto al 2023 per quanto riguarda le percentuali, seppure alte, delle persone con grave deprivazione abitativa (5,6%), con grave deprivazione materiale e sociale (4,6%) e con difficoltà ad arrivare a fine mese (5,8%). Aumenta, invece, l’incidenza della povertà assoluta: 9,8% nel 2024, 5,7 milioni di individui, contro il 6,9% del 2014. Particolarmente significativa è, in questo come del resto in altri casi, la differenza tra il Nord Italia (8,8%) e il Mezzogiorno (12,5%).

Ad integrare i dati sulla povertà vi è un approfondimento sull’aumento del costo medio delle abitazioni: in Italia comprare casa è sempre più difficile. Il livello medio dell’IPAB (Indice dei Prezzi delle Abitazioni) è aumentato del 7,4% negli ultimi dieci anni.
Volendo riassumere questi dati in poche parole, potremmo affermare che siamo un Paese che si arricchisce globalmente ma con una distribuzione della ricchezza (monetaria e materiale) sempre più diseguale.
Da dove proviene la nostra ricchezza
Vorrei però, in questo spazio, provare a ragionare su un’altra questione. È vero, in Italia abbiamo un buon livello di benessere economico, ancorché mal distribuito. Ma qual è l’origine di questo benessere? Da dove ricaviamo la ricchezza che ci garantisce le nostre attuali condizioni di vita?
Nell’articolo sulla crisi del latte mi sono soffermato ad analizzare la filiera produttiva del settore lattiero-caseario, rilevando che l’Italia, sebbene sia un grosso produttore di latte, abbia comunque bisogno di importarne una certa quota dall’estero per soddisfare la domanda interna delle industrie di trasformazione e quindi il sistema delle esportazioni dei prodotti finiti (formaggi e simili). Il fatto importante emerso è che la ricchezza proveniente dall’export dei prodotti alimentari di eccellenza finisce col giustificare economicamente la necessità dell’Italia di importare materie prime da altri paesi, con tutte le relative conseguenze (nel caso del latte, ad esempio, la concorrenza sbilanciata sui prezzi con i paesi del Nord Europa).
Questa situazione può essere generalizzata a gran parte dell’industria italiana. L’Italia non ha, almeno in termini relativi, una grande abbondanza di materie prime, ma è riuscita a costruire la propria economia sull’industria della trasformazione, esportando in tutto il mondo dei prodotti finiti spesso di eccellenza (pensiamo al settore agro-alimentare, all’automotive, al tessile). È il valore aggiunto apportato dalle imprese italiane sui materiali grezzi a generare in gran parte la ricchezza delle famiglie italiane.
Però allora scopriamo rapidamente anche il rovescio della medaglia. Perché se è vero che la nostra ricchezza proviene dalle esportazioni, essa non può esistere senza le importazioni. E attenzione: importare materie prime vuol dire dipendere, dal punto di vista commerciale ma non solo, dai paesi fornitori. Paesi che spesso non sono proprio noti per garantire delle condizioni socio-politiche dignitose ai propri cittadini.
Piccolo elenco non esaustivo:
- Metalli: importiamo acciaio dalla Cina, dall’India e dalla Turchia; alluminio dagli Emirati Arabi, dalla Russia e ancora dalla Cina; rame dal Cile e dal Perù; cobalto dalla Repubblica Democratica del Congo; oro e diamanti dal Botswana e dal Sudafrica.
- Tessuti e vestiti: importiamo cotone da USA, Turchia, Egitto e Uzbekistan; lana dall’Australia, dalla Nuova Zelanda e dall’Egitto; prodotti confezionati a basso costo da Cina, Bangladesh e Vietnam.
- Alimentare: importiamo cacao dalla Costa d’Avorio e dal Ghana; caffè dall’Etiopia e dall’Uganda.
- Combustibili fossili: importiamo gas dall’Algeria, dalla Libia, dall’Egitto e dalla Nigeria; petrolio ancora dalla Nigeria e dalla Libia.
Questo quadro (molto approssimativo) del sistema delle nostre importazioni dovrebbe, a mio avviso, stimolare alcune riflessioni. Non è tanto questione di demonizzare la scelta di importare materie prime: le importazioni fanno parte delle attività commerciali di ogni paese dalla notte dei tempi, perché nessuno stato ha la fortuna di possedere nel proprio territorio tutte le materie prime necessarie al settore industriale. Però ci sono anche degli aspetti critici sui quali credo sia bene soffermarsi.
Facciamo affari con i cattivi?
Innanzitutto, esiste un problema di riconoscimento internazionale. Dal momento in cui io, Italia, decido di fare affari con il paese X, automaticamente sto anche compiendo un’operazione di legittimazione politica nei suoi confronti. Commerciare non è un’azione neutra; è, anch’essa, un’operazione politica, perché condiziona indirettamente la vita dei cittadini dei due paesi coinvolti. Se io decido di acquistare materie prime dal paese X non posso poi additarlo come un paese canaglia, o come la terra del male assoluto. Anche se è evidente che il tal paese mostra delle criticità di tipo politico o sociale. Sappiamo tutti che stati come Cina, Russia, Turchia, Egitto non sono certo dei fulgidi esempi di democrazia. O che paesi come la Libia o il Congo hanno una situazione interna tutt’altro che pacifica. Però ci commerciamo comunque. E così facendo stiamo di fatto legittimando e rinforzando i loro assetti politico-economici, nel bene e nel male.
Le fragilità dei paesi fornitori
C’è anche un altro aspetto da considerare. Molti di questi paesi hanno basato (o stanno impostando) la loro economia proprio sull’esportazione di una specifica materia prima. Emblematica è, in questo senso, la situazione dell’America Latina. Il Cile, per esempio, esporta il 27% del rame e il 26% del litio a livello mondiale. Tutti i principali osservatori di mercato prevedono che nel prossimo futuro la domanda di questi metalli, indispensabili per la transizione energetica, aumenterà notevolmente. Questo potrebbe tradursi, nel breve-medio periodo, in una grande opportunità di crescita economica per il Cile, ma anche portare una serie di conseguenze negative. Oltre agli evidenti problemi ambientali che le attività minerarie comportano per i territori vicini ai siti di estrazione, la presenza abbondante di una materia prima molto richiesta a livello mondiale rischia di vincolare l’intera economia cilena a questa attività, penalizzando di conseguenza altri settori produttivi e col rischio di impoverimento qualora la domanda mondiale dovesse calare. Noi, come Italia, potremmo anche infischiarcene di questi possibili scenari e andare avanti per la nostra strada, continuando a sfruttare l’America Latina per il nostro fabbisogno materiale. Eppure dovremmo valutare anche noi l’impatto delle nostre scelte. Anche solo dal punto di vista etico: stimolare le attività estrattive in questi paesi vuol dire ostacolarli nella tutela dei loro ecosistemi naturali, peggiorare le condizioni di salute degli abitanti nei territori vicini alle miniere, esporre a maggiori rischi la loro economia. E se vogliamo rimanere sul concreto, impoverire un’economia vuol dire anche porre le condizioni per favorirne lo svuotamento demografico. Non lamentiamoci se continuiamo a essere meta di migranti provenienti dall’Africa: parliamo di persone che scappano da situazioni che le nostre scelte commerciali hanno contribuito a creare.
Di nuovo, il problema non è il commercio in sé. Il problema è lo sbilanciamento dell’attività commerciale, per cui oltre i ruoli visibili di paese acquirente e paese fornitore vi è in realtà solo un vero beneficiario, mentre l’altro in realtà è destinato a pagarne, in un modo o nell’altro, le conseguenze negative.
Addio democrazia
Quindi problemi di legittimazione politica e scelte morali discutibili. Ma non c’è solo questo. Un’economia fortemente orientata al commercio come quella italiana è, per forza di cose, dipendente dai paesi partner: sia da quelli fornitori di materie prime, sia da quelli che acquistano i nostri prodotti finiti. Esiste allora anche un problema squisitamente politico: noi cittadini lavoriamo per alimentare un meccanismo produttivo-consumistico che dipende solo in parte da noi. Non siamo proprietari di molte risorse che lavoriamo e, dunque, come cittadini, non possiamo decidere direttamente del loro uso. Allo stesso modo non siamo i consumatori finali di molti prodotti che esportiamo e, dunque, siamo anche limitati nel poter migliorare l’impatto socio-economico che le nostre scelte di consumo comportano. Quanto potere abbiamo allora noi cittadini nel governo della nostra economia? Le decisioni non le prendiamo noi, ma i mercati. È uno svuotamento di senso della democrazia di cui non ci rendiamo conto, perché rimane salvo il nostro diritto di voto; peccato che le elezioni in Italia si siano ridotte a una scelta tra facce, non certo tra idee.
È questo, dunque, il prezzo del nostro benessere economico? Siamo disposti, per soddisfare i nostri innumerevoli bisogni, a privarci del nostro potere reale di decisione sul destino del nostro paese? Siamo disposti a voltarci dall’altra parte quando sentiamo delle ingiustizie e delle atrocità commesse dai sistemi politici dei paesi che noi foraggiamo di denaro? Siamo disposti a rimanere impassibili anche quando le nostre voglie comportano la rovina dei territori degli altri? Forse il prezzo di questo benessere è davvero troppo alto, anche per noi ricchi occidentali.

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