Qualche settimana fa mi trovavo in un discount per fare la spesa. Dovevo comprare il latte e, con mia grande soddisfazione, sono riuscito a trovare un pacco da 12 confezioni da 1 litro a un prezzo super scontato. Dopo qualche giorno, a casa, guardando una delle confezioni, mi sono accorto che il latte proveniva dal Portogallo. Mi sono indignato e anche un po’ sentito in colpa per avere comprato a un prezzo stracciato del latte estero, quando i territori dove vivo (provincia di Brescia) sono pieni di allevamenti di vacche da latte.
La spesa successiva sono tornato nello stesso discount con la ferma intenzione di comprare del latte italiano, prestando particolare attenzione alle etichette. Ci credete che non ho trovato nessuna marca italiana? Sono dovuto quindi scendere a patti con l’offerta del supermercato, optando per un latte comunque non italiano a un prezzo non troppo basso.
Più o meno negli stessi giorni, parlando con mio suocero, di professione coltivatore e allevatore, sono venuto a conoscenza di un fatto rilevante di questi ultimi mesi che, a causa della concomitanza con altri avvenimenti importanti, probabilmente è rimasto noto solo agli addetti ai lavori.
Cosa è successo
È successo che negli ultimi mesi il prezzo del latte ha avuto un drastico calo in tutta Europa, Italia compresa. La causa principale sembra essere una eccessiva produzione nell’ultimo anno che, in Europa, ha fatto scendere il prezzo medio (alla stalla, quindi dal produttore) intorno ai 50 centesimi al litro.
Sicuramente un bene per le tasche dei consumatori, ma un problema per gli allevatori. Anche perché i costi di produzione per gli allevatori rimangono importanti, complici anche gli ultimi avvenimenti internazionali (aumento del prezzo dei carburanti e dei fertilizzanti chimici). Gli allevatori sono quindi schiacciati in una morsa: da una parte costi di produzione che non calano e dall’altra prezzi di vendita molto bassi, che li costringono a lavorare anche in perdita.
Perché si è arrivati a questo? Era un evento inevitabile? Parliamo solo di meccanismi fisiologici di mercato? Lavorando a questo articolo, ho cercato di conoscere le principali dinamiche che governano la filiera del latte; non ho impiegato molto a riscontrare diverse criticità. Ma mentre cercavo di elaborare le soluzioni a queste criticità, mi sono reso conto che la sfida stava diventando più ardua del previsto.
La filiera del latte, come tutte le principali catene commerciali, è, dal punto di vista capitalistico, una macchina perfetta. Il fatto che presenti delle evidenti iniquità e problematiche a livello ambientale non implica infatti che non funzioni: semplicemente procede secondo le regole del mercato.
Se si vuole trasformare questa filiera seguendo altri paradigmi, bisogna rendersi conto che si va per forza a penalizzare qualcuno o qualcosa. La Decrescita porta con sé questo maledetto fardello. Motivo per cui, alla fine, ho deciso di arrendermi, almeno parzialmente: volevo trovare delle soluzioni praticabili a questa crisi ma non ci sono riuscito. Tuttavia, approfitterò di questo spazio per mostrare come la crisi del latte sia paragonabile a molte altre e per far vedere quali sarebbero i nodi cruciali da affrontare se si volesse cambiare questa filiera in senso decrescente.
Prima di cominciare, una premessa: io non sono, evidentemente, un esperto del settore. Non sono un allevatore o un commerciante di latte, non lavoro in un caseificio. Ciò nonostante credo di poter dare la mia opinione se non altro come cittadino, che consuma latte e derivati quotidianamente e che vive in un territorio dove l’allevamento di mucche da latte costituisce una fetta importante del settore agricolo.
Non credo infatti che, quando parliamo di fenomeni complessi (e questo lo è, a tutti gli effetti), possano avere diritto di parola solo gli esperti del settore. Proprio perché parliamo di fenomeni complessi, è importante, per chi voglia trovare soluzioni, provare ad avere uno sguardo globale del problema. Allo stesso tempo, però, bisogna parlare con cognizione di causa, superando la tentazione di cadere nelle chiacchiere da bar. La vera politica è questo: rendersi conto dei fenomeni sociali, provare a darne una interpretazione secondo la propria visione ideologica (che è inevitabile, con buona pace di chi si crede al di sopra delle ideologie), discuterne con gli altri e provare a trovare una formula di convivenza il più possibile condivisa.
La situazione commerciale del latte in Italia
Partiamo quindi dal quadro generale della produzione del latte. Il latte viene venduto al dettaglio (nei supermercati e nei negozi) o alle industrie di trasformazione per la produzione dei derivati (burro, panna, formaggio, yogurt). Dal punto di vista della bilancia commerciale l’Italia è un importatore netto di latte: la produzione degli allevamenti italiani non riesce cioè a coprire il totale del fabbisogno del nostro paese per cui siamo costretti ad acquistarlo da altri paesi, soprattutto paesi europei confinanti col nostro (Francia, Germania e Austria). A livello quantitativo, parliamo di un 35% di latte importato dall’estero sul totale di quello consumato in Italia.
Stiamo quindi parlando di una fetta importante, dovuta soprattutto alla forte sete di latte da parte del settore caseario. L’Italia, infatti, è un grosso esportatore di formaggio. Se trascurassimo il formaggio esportato e consumato all’estero, l’Italia avrebbe un tasso di auto-approvvigionamento di latte pari a quasi il 95%, grazie anche al fatto che la produzione nazionale di latte è aumentata notevolmente negli ultimi anni.
Il problema qual è? È che il latte proveniente dagli altri paesi, in particolare dalla Germania (ma se ne stanno aggiungendo ultimamente altri, come la Polonia, la Slovenia e l’Ungheria), è forte di un prezzo di vendita più basso grazie ai minori costi di produzione (le grandi distese pianeggianti dell’Europa centrale consentono la presenza di stabilimenti enormi che possono compensare i costi fissi con grandi volumi produttivi; anche i prezzi dei terreni e dei mangimi sono spesso inferiori), minori oneri burocratici e minori standard di benessere animale (molte stalle italiane hanno investito milioni in sistemi di ventilazione, stalle aperte e lettiere hi-tech per certificazioni di benessere animale che in altri Paesi sono considerate “opzionali” o meno stringenti).
L’adesione dell’Italia al Mercato Unico Europeo fa sì che il latte italiano debba competere con il latte estero che è quasi sempre vincente sul versante del prezzo. Dal canto suo il latte italiano riesce generalmente a sostenere la competizione puntando sulla qualità, con i marchi DOP e IGP, con certificazioni di sostenibilità e sulla presunta affezione del consumatore al latte nostrano. Quando però il prezzo sul mercato europeo scende troppo, la competizione commerciale trascina con sé anche il buon latte italiano, che deve per forza adeguarsi. E così si arriva a quello cui stiamo assistendo in queste settimane.
In un recente tavolo convocato dal ministero dell’agricoltura, oltre a trovare accordi sul prezzo minimo di vendita del latte in Italia (55 centesimi al litro almeno per i quantitativi pari a quelli dello scorso anno), il ministro Lollobrigida e i rappresentanti delle associazioni di categoria hanno ribadito la necessità di affrontare la crisi sostenendo la domanda interna, con azioni informative volte a promuovere la qualità del latte italiano.
Una proposta che più che altro sembra una scappatoia e uno scaricabarile: una scappatoia perché si vuole stimolare la domanda quando è abbastanza chiaro che la domanda di latte crudo italiano è piuttosto satura; e uno scaricabarile perché si addossala responsabilità del destino degli allevatori direttamente sul consumatore. Sono entrambe risposte capitalistiche: puntare sull’aumento della domanda e sulla scelta illuminata del consumatore che, come è noto, ha sempre ragione e dunque, desideroso di buona qualità e animato da spirito patriottico, sceglierà senza indugio i marchi italiani, nonostante costino di più.
Ma questa è un’idea basata sull’assunto che il consumatore medio sia un decisore perfettamente libero, quando sappiamo invece che nella realtà non lo è. Forse chi fa questi discorsi ha in mente una clientela benestante e ben istruita. Ma non tutti i clienti di un supermercato sono così. Quando si è al supermercato, diciamocela tutta, dal punto di vista del prodotto, un latte vale un altro. Un consumatore non sente differenze di qualità e men che meno è consapevole di tutto il processo produttivo. L’unica caratteristica che riconosce con immediatezza è il prezzo. E secondo voi tra un latte italiano che costa 90 centesimi al litro e uno estero che ne costa 50 quale sceglierà? Vogliamo scommettere?
Le cause della crisi
Torniamo al prezzo del latte. Abbiamo detto all’inizio che è stato causato da un eccesso di produzione avvenuto in Europa nell’ultimo anno. Vale la pena, per avere un’idea ancora più ampia del fenomeno, andare a ricercare le cause di questa crisi da sovrapproduzione.
Negli anni 2022-2023, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, il prezzo del latte alla stalla era volato a livelli record (vicini ai 0,60 €/litro). Spinti dai guadagni e dalla necessità di coprire i rincari energetici, molti allevatori in tutta Europa hanno di conseguenza investito per aumentare la produzione (acquistando più vitelli e ampliando gli allevamenti). Il ritorno economico di questi investimenti ha iniziato ad arrivare dopo circa due anni (il tempo che impiega una manza per iniziare a produrre latte).
Pertanto gli investimenti fatti nel 2023 sono arrivati a regime proprio tra il 2024 e il 2025, inondando il mercato di latte proprio quando, paradossalmente, la domanda iniziava a calare, a causa dei prezzi al carrello non calati proporzionalmente e a causa della diminuzione della domanda extra UE, in particolare della Cina, che ha investito massicciamente nelle proprie stalle nazionali per diventare autosufficiente.
Per non farsi mancare nulla, negli ultimi anni molte stalle hanno anche migliorato l’efficienza produttiva, facendo sì che una mucca, oggi, produca molto più latte rispetto a 10 anni fa, grazie alla selezione genomica e a stalle più confortevoli. Combinando insieme questi fattori (ritorno degli investimenti del 2022-2023, calo delle esportazioni in Cina, miglioramento dell’efficienza delle stalle), ecco la tempesta perfetta della sovrapproduzione e del crollo dei prezzi.
Con conseguenze anche dal punto di vista ecologico: per rispondere all’aumento dei costi spesso gli allevatori non hanno altra strada se non espandere le proprie aziende per ammortizzare i costi fissi e incrementare il margine di guadagno. L’espansione degli allevamenti comporta quindi consumo di suolo fertile e aumento delle emissioni di gas serra; se poi, successivamente, ci si accorge che si è prodotto troppo, c’è pure l’eventualità che molti animali debbano essere abbattuti in massa.
Riflessioni finali
Come potete intuire, le criticità di questo settore sono tante e credo di aver dato solo una panoramica generale, senza considerare molti aspetti di dettaglio che mi sono ignoti. Alcune domande mi sorgono e, chissà, magari qualcuno mi aiuterà a trovare le risposte.
- È proprio impossibile immaginare un sistema agricolo in cui i coltivatori e gli allevatori possano vendere i loro prodotti con un ritorno economico sufficiente a garantirgli la sopravvivenza senza i sussidi pubblici (PAC) e senza che siano costretti a espandere i propri stabilimenti?
- La filiera casearia italiana premia economicamente le grandi aziende del formaggio italiano (per esempio il Grana Padano) grazie alle esportazioni, e penalizza i produttori di latte, che devono competere in modo impari con il latte estero. È, questo, un sistema equo?
- L’adesione al Mercato Unico Europeo e l’export del formaggio italiano sembrano essere due totem indiscutibili, il bene assoluto, irrinunciabili. Non si possono proprio ridiscutere?
- Perché la scelta del latte italiano deve essere sempre scaricata sul consumatore finale? Non esistono altri meccanismi? L’ente pubblico non può davvero intervenire?
Il settore del latte, come tanti altri, risponde al momento solo alle logiche del mercato. È davvero impossibile immaginare che possa operare con altre regole, basate sull’equità tra i vari attori della filiera, sul contenimento delle emissioni, sul controllo della domanda e sui principi dell’autoproduzione e dell’autoconsumo? O ci dobbiamo per forza rassegnare al fatto che il mondo è fatto così e così deve rimanere?

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