Si parla sempre più, nei media, sul web, nei notiziari, della parola remigrazione. Originariamente, nelle scienze sociali, il termine indica semplicemente il ritorno di un migrante al paese d’origine. Negli ultimi mesi, invece, il termine è diventato un vero e proprio slogan di alcuni movimenti e partiti anti-immigrazionisti, in particolare della Lega, che ha espresso più volte questo concetto per mezzo di alcuni suoi esponenti.
- Silvia Sardone, vice-segretaria della Lega:
“Non ci rassegniamo alla società meticcia. Parola d’ordine: remigrazione”.
- Roberto Vannacci, ex vice-segretario, ora leader di Futuro Nazionale:
“La remigrazione non è una parola magica o un tabù, è una necessità logica. Se l’integrazione è fallita e l’identità nazionale è a rischio, il ritorno assistito e organizzato nei paesi d’origine è l’unica soluzione per evitare il collasso sociale. Non è odio, è buonsenso: ognuno a casa sua per vivere meglio tutti.“
- Samuele Piscina, consigliere comunale di Milano
“Parlate di censura e poi volete tappare la bocca a chi propone la remigrazione. È un concetto politico legittimo, discusso in tutta Europa. Se per voi chiedere che chi delinque o chi non ha diritto di stare qui torni a casa propria è razzismo, allora avete un problema con la realtà, non con la Lega”
- Simonetta Mattone, deputata ed ex magistrata
“La remigrazione, intesa come rimpatrio effettivo e revoca della cittadinanza per chi commette reati gravi, è una risposta alla richiesta di sicurezza dei cittadini. Non possiamo continuare a subire passivamente flussi che non siamo in grado di gestire”.
Ultimamente il concetto di remigrazione è diventato anche un vero e proprio programma politico di un comitato nato da poco, Remigrazione e Riconquista che, insieme alla stessa Lega e ad altri movimenti, ha organizzato il 18 aprile in piazza Duomo a Milano il Remigration Summit. L’evento, che ha visto la partecipazione anche di vari esponenti di partiti nazionalisti europei, è servito soprattutto come cassa di risonanza per una proposta di legge di iniziativa popolare sul tema della remigrazione che, ad oggi, ha raccolto circa 150 000 firme.
La diffusione mediatica del concetto di remigrazione ha provocato, specialmente sul web, il solito fenomeno di polarizzazione degli antagonismi. Se da una parte lo slogan è rivendicato con forza dai movimenti sovranisti italiani, dall’altra il mondo progressista, liberale e libertario ha prontamente bollato il concetto e i suoi promotori con i consueti appellativi denigratori.
- Slogan del primo corteo alla contro-manifestazione di Milano del 18 aprile:
“Milano è migrante. Fuori i razzisti e i fascisti da Milano”
- Slogan del secondo corteo a Milan:
“Liberiamo Milano: senza paura contro fascismo, razzismo e sessismo”
- Elly Schlein, segretaria del PD:
“La remigrazione è solo una parola nuova per nascondere il vecchio odio di sempre”.
- Giuseppe Conte, leader del M5S:
“Una sfilata di patrioti della domenica che non sanno come gestire la realtà e si rifugiano in slogan crudeli” .
Razzismo, fascismo, sessismo, odio, crudeltà… è davvero l’unico modo di criticare una proposta politica, seppure controversa? È facile affermare che la remigrazione è solo uno slogan; ma non sono forse slogan anche le dichiarazioni che ne sono scaturite dall’altra parte?
Vorrei provare, in questo articolo, a costruire una critica un po’ più profonda, che tenti non solo di analizzare la proposta di legge dei movimenti della remigrazione e la sua reale infattibilità, ma anche di ricercare le cause che hanno determinato l’insorgere di questo concetto; perché nessuna idea politica, per quanto malsana e non condivisibile, nasce per caso. Il fatto che una proposta trasformativa e radicale venga semplicemente dichiarata spazzatura da forze politiche che pure si battono per un ideale di trasformazione della società, benché su posizioni antitetiche, fornisce un quadro della qualità media del dibattito pubblico piuttosto desolante.
La proposta del comitato Remigrazione e Riconquista si articola in 10 punti:
- Controllo dei flussi migratori
- Confisca contro lo sfruttamento dell’immigrazione
- Espulsione degli irregolari e di chi commette reati
- Istituto della Remigrazione
- Patto di Remigrazione Volontaria
- Fondo Nazionale per la Remigrazione
- Stop alle ONG del traffico migratorio
- Abolizione del Decreto Flussi e ritorno degli italo-discendenti
- Fondo per la Natalità Italiana
- Case e asili nido: nuovi criteri di priorità
Penso che si possano ulteriormente raggruppare queste proposte in 3 macro-temi:
- Massima limitazione dei flussi migratori in ingresso nel paese (punti 1, 2, 7, 8)
- Politiche di facilitazione e incentivo alla remigrazione forzata (per gli stranieri irregolari o che commettono reati) o volontaria (per gli stranieri regolari) (punti 3, 4, 5, 6)
- Incentivi al ritorno degli italiani (punti 8, 9 e 10).
L’aspetto che maggiormente salta all’occhio leggendo le idee del comitato Remigrazione non sono tanto le proposte in sé, ma la superficialità dell’analisi politica, economica e sociale che ne sta alla base. Per esempio, le problematiche derivanti dall’inverno demografico in Italia sono note e la necessità di invertire la forte tendenza al calo delle nascite (a cui, tra l’altro, si adeguano anche gli stessi migranti una volta radicati in Italia) è condivisa da molti, compreso l’attuale Governo. Il fatto che neppure in questi anni di destra al potere non si sia riusciti a invertire, neppure a ridurre, il calo delle nascite, dovrebbe suggerire che ci troviamo di fronte a un fenomeno che non si può risolvere in modo semplicistico fornendo bonus e sussidi.
Lo stesso dicasi per un improbabile ritorno degli italo-discendenti: con che cosa si vorrebbero convincere le migliaia di cervelli in fuga che hanno lasciato l’Italia alla ricerca di migliori prospettive di lavoro a tornare nella madrepatria? Con delle agevolazioni? Con la pubblicità? I soldi non possono tutto. O meglio, non possono, da soli, contrastare le grandi tendenze del nostro tempo.
Credono forse, i sostenitori della Remigrazione, che il calo delle nascite, i flussi migratori in ingresso (immigrati stranieri) e in uscita (cervelli in fuga) siano eventi contingenti, o addirittura effetti delle decisioni di un complotto planetario? A parte qualche vago cenno (si parla di generici “processi geopolitici ed economici”) si ignorano completamente le cause strutturali di questi fenomeni. Queste cause hanno un nome: si chiamano capitalismo, globalizzazione, economia di mercato. Mercato non solo di beni e servizi, ma anche di persone che, per alimentare la grande macchina della produzione e del consumo globale, sono indotte a spostarsi alla ricerca del meglio per sé. Nel capitalismo globalizzato, l’Italia è solo un hub commerciale, un polo logistico che riceve e reindirizza merci e persone da alcuni paesi verso altri. Ad alimentare questi flussi sono unicamente le leggi dell’economia, non le decisioni di qualche centro di interesse.
È inutile, allora, cercare di contrastare questi fenomeni con bonus e sussidi, perché se l’unico criterio di scelta è il portafoglio, le persone seguono altre vie… proprio quelle dei flussi migratori! L’immigrazione di massa è un fenomeno immenso, epocale, troppo grande per essere governato con qualche decreto legge. È come la lotta al cambiamento climatico: impossibile da vincere con qualche vincolo normativo o pubblicità progresso. Deve essere chiaro, quindi, che è il modello di sviluppo in cui ci troviamo che alimenta i flussi migratori, sia in ingresso che in uscita: è un modello di sviluppo materialista e individualista, che non può essere vinto sul suo terreno, l’economia, ma su altri presupposti ideologici. Anche perché questo modello di sviluppo ci garantisce, che lo vogliamo oppure no, un certo benessere, quantomeno a livello globale. Possiamo anche chiudere le frontiere, favorire il rimpatrio degli stranieri, ma dobbiamo essere consci del fatto che ci stiamo economicamente dando la zappa sui piedi: stiamo rinunciando a forza lavoro, contributi per le pensioni, consumatori. Ne sono consapevoli i promotori della remigrazione?
Infine, pur senza scivolare nelle accuse semplicistiche di fascismo, razzismo eccetera, non si può non vedere nelle proposte della remigrazione un evidente pericolo di scivolamento verso idee etnocentriche e pratiche discriminatorie. L’idea di dare priorità nell’accesso agli alloggi pubblici e agli asili nido, o destinare dei fondi per la natalità solo alle famiglie italiane (tra l’altro: da quante generazioni?) sono assolutamente irricevibili: lo status di cittadino italiano può garantire maggiori diritti civili, non può certo influire su diritti fondamentali come quello alla casa, che discendono unicamente dalla dignità della persona.
Potrei concludere qui il mio intervento, se non sentissi forte il bisogno di criticare anche chi, a sinistra, si è limitato a liquidare la remigrazione e i suoi sostenitori con i peggiori aggettivi. Perché è comodo, quando si ha davanti un anniversario che propone delle idee estreme, bollarlo come fascista, razzista, xenofobo. Basta l’aggettivo e non serve aggiungere altro, no? Oppure si rimane a una spiegazione superficiale, sostenendo che l’anti-immigrazionismo nasce unicamente come odio verso lo straniero a causa del peggioramento delle condizioni di vita generali degli italiani, vero o presunto. Sarà anche questo. Eppure io nelle proposte di Remigrazione non leggo frasi di odio. Leggo accuse contro il traffico di esseri umani e lo sfruttamento dell’immigrazione e della manodopera a basso costo. Leggo che l’immigrazione di massa è un problema anche per i paesi di origine dei migranti (“impoverisce il patrimonio umano e culturale”). È xenofobia, questa?
E ancora, è possibile che l’unico metro ideologico della sinistra per spiegare i fenomeni sia quello materialista? Perché non ci si rende conto che l’ostilità contro l’immigrazione di massa, molto diffusa nella popolazione, nasce soprattutto da un forte bisogno di un ristabilimento comunitario? L’economia globalizzata distrugge non solo l’ambiente, ma anche le identità dei popoli e i legami comunitari, sradicandoli in nome degli unici vincoli ammessi, quelli della domanda e dell’offerta. La gente comune ha bisogno, un disperato, grande bisogno, che si recuperino i legami comunitari geografici, che si ristabilisca il senso di appartenenza a una storia, a un modo comune di essere, di sentirsi parte di un popolo, retto da una fratellanza solidale, in un mondo che pare governato solo dai flussi di merci e delle persone, in cui le uniche comunità ammesse sembrano essere quelle di consumo.
Perché la sinistra continua a ignorare questo bisogno? Ha poco senso voler combattere le disuguaglianze, se poi non ci si rende conto che sono proprio i flussi migratori di massa ad alimentare, dentro e fra gli Stati, queste disuguaglianze, con tutto quello che ne consegue. I dati del Ministero dell’Interno relativi agli ultimi anni parlano di un generale aumento dei reati di violenza (rapine, estorsioni, danneggiamenti, percosse) soprattutto tra gli stranieri e in modo particolare tra i minorenni di origine straniera. Non sarà forse il collasso sociale di cui parla Vannacci, ma l’idea di una società meno sicura, alla ricerca di una identità e stabilità perdute, è diffusa.
In conclusione, le proposte della remigrazione, pur largamente irrealizzabili, in parte discriminatorie, in parte velleitarie, possono fornire quantomeno un ulteriore spunto di riflessione su come il fenomeno dell’immigrazione di massa, con tutte le sue conseguenze, a partire da un indebolimento del senso di appartenenza comunitaria delle popolazioni, debba essere affrontato cambiando prospettiva ideologica. Non potranno mai essere gli spostamenti di denaro e i decreti legge a cambiare il corso di eventi epocali come questo: è l’economia di mercato globalizzata il motore primo dei grandi flussi di persone. È verso questo totem che bisogna lottare, con la piena consapevolezza di cosa questo possa implicare.
