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    Socrate: sapere e verità nello spazio della polis

    L’idea della Decrescita, quantomeno intesa come riduzione socialmente pianificata dell’impatto umano sull’ecosistema, è sicuramente una novità storica e culturale, frutto delle contingenze storiche degli ultimi decenni; ma le idee che ne stanno alla base non sono nuove: la visione dell’uomo, la teoria del rapporto dell’uomo con la comunità e il mondo, i presupposti scientifici, affondano le loro radici nelle grandi questioni filosofiche che la civiltà occidentale si è posta nei secoli passati. Studiare il rapporto tra Decrescita e filosofia significa allora viaggiare nel passato alla ricerca degli “antenati ideali” della Decrescita, che ne fanno una teoria sì nuova, ma con alle spalle una lunga tradizione di storia del pensiero. Un’analisi di questo tipo non può che aiutare i teorici attuali della Decrescita a trovare ulteriori sviluppi e magari nuove risposte ai problemi della complessa società odierna.

    La figura con cui voglio avviare l’indagine nel rapporto tra filosofia e Decrescita è quella di Socrate, il saggio ateniese considerato il vero iniziatore della filosofia occidentale. Socrate non è solo un grande pensatore; è anche un personaggio storico, testimone attivo e simbolo della Atene di fine V secolo a.C., la polis greca che anche grazie al suo regime democratico ha conosciuto una fioritura culturale unica nella storia. Ma anche nella Atene del 400 a.C non mancano le contraddizioni; il regime democratico instaurato decenni prima porta spesso alla ribalta non i portatori di verità, ma i venditori di belle parole e Socrate, da bravo filosofo, amante del sapere, conduce fino alle estreme conseguenze la sua lotta contro le mistificazioni della realtà operate dai relativisti dell’epoca. Il microcosmo ateniese in cui Socrate vive e opera assomiglia in effetti molto al mondo globalizzato attuale, dove la Verità è una chimera e ciò che conta è affermare la propria posizione, indipendentemente da dove sta davvero la ragione.

    Socrate visse la sua intera vita ad Atene; nacque nel 469 a.C. e morì nel 399 a.C., bevendo un veleno fatale, la cicuta, dopo essere stato condannato a morte dal tribunale ateniese. Fu un filosofo nel vero senso della parola: la sua attività principale consisteva nel discutere con chiunque nell’Agorà, la piazza principale di Atene, su questioni di qualsiasi tipo. Non aprì mai una scuola formale; riteneva che la sua missione fosse scuotere le coscienze, a partire dalla consapevolezza di “sapere di non sapere”. Fu però anche un cittadino esemplare: prestò servizio come oplita durante la guerra del Peloponneso, distinguendosi per il coraggio e l’incredibile resistenza fisica nelle battaglie di Potidea, Delio e Anfipoli. In un’occasione salvò persino la vita al suo giovane amico Alcibiade, dimostrando che la sua ricerca della virtù non era solo teorica, ma si traduceva in azioni concrete di lealtà e fermezza. Ciononostante, il suo atteggiamento critico nei confronti dei pregiudizi dei suoi concittadini lo portò ad essere accusato e condannato per empietà e corruzione dei giovani.

    La filosofia di Socrate è una filosofia che guarda all’Uomo, al suo rapporto col Bene, con la Virtù e all’importanza del sapere. Esistono, secondo me, tre aspetti fondamentali del pensiero socratico che possiamo collegare al pensiero della Decrescita: la necessità per l’Uomo di cercare il Bene attraverso la Sapienza; il primato della Verità contro ogni relativismo conoscitivo; l’inscindibilità dell’agire umano dalla sua comunità di appartenenza.

    La via verso il Bene

    Come è noto, Socrate non scrisse nulla durante la sua vita, e questo per una motivazione molto precisa: scrivere, per Socrate, significava fissare per sempre un’idea nel suo percorso di avvicinamento alla verità. Un’opinione può essere sempre confutata, riveduta o migliorata, se sottoposta al confronto dialogico; la scrittura, invece, implica la rinuncia ad una verità ulteriore, più precisa, più profonda. Dunque la vita, secondo Socrate, è continua ricerca della verità. E il modo migliore per cercare la verità è dialogare con gli altri.

    Noi conosciamo le idee di Socrate grazie ad alcuni suoi allievi che le misero per iscritto. Il più famoso tra essi fu sicuramente Platone che, non a caso, utilizzò per le sue opere proprio lo stile del dialogo. I primi dialoghi di Platone, scritti poco dopo la morte di Socrate, risentono molto delle idee e dello stile del maestro. Ciascuno di essi è incentrato su un tema specifico (la santità, il coraggio, la temperanza…) di cui gli interlocutori (di solito Socrate e un altro personaggio) cercano di trovare la giusta definizione. Potremmo dire che, in generale Socrate, tramite Platone, si stia chiedendo cosa sia davvero il Bene, inteso nell’accezione del vivere bene (in greco eu zen), cioè vivere secondo virtù e secondo misura. Secondo Socrate questa vita non può raggiungersi se non tramite la Sapienza. Chi non è abbastanza sapiente non è in grado di raggiungere la condizione del vivere bene.

    Ma queste sono parole che entrano in risonanza con la Decrescita, soprattutto nella versione “felice”. Pensiamo all’idea per cui è necessario invertire il processo di esternalizzazione, tipico del capitalismo contemporaneo, per il quale noi deleghiamo ad altri la produzione di qualsiasi bene che consumiamo, per tornare invece a una società in cui ogni persona sia in grado, almeno in parte, di produrre ciò che consuma (mi piace pensare che ogni persona possa essere artefice del proprio consumo, oltre che artefice del proprio destino). La piena emancipazione della persona si realizza allora in una maggiore conoscenza e padronanza degli oggetti di cui fa uso, oltre che nella padronanza dei propri desideri consumistici. La sapienza socratica si traduce nel saper fare della Decrescita. Saper cucinare, saper riparare, saper coltivare, saper costruire: tutte abilità che ci conducono a una maggiore consapevolezza delle proprietà degli oggetti e delle leggi di natura. Conoscere meglio la natura implica anche comprenderne il principio fondamentale della limitatezza (non esiste un ecosistema con risorse infinite), requisito necessario per un’umanità che ha di fronte la sfida all’illimitatezza capitalistica e che deve fare i conti con un modello basato sulla creazione di continui bisogni di consumo. Socrate ci insegna dunque che possiamo aspirare a vivere bene se accresciamo la nostra conoscenza, soprattutto se impariamo a fare nostro il senso del limite e del finito, alla base di qualunque legge naturale.

    La verità esiste

    La Atene di Socrate vive nel corso del V secolo la sua età più gloriosa; è l’età di Pericle, di Tucidide, di Aristofane e molti altri ma, soprattutto, è l’età della democrazia.

    Socrate dunque vive in un’Atene in cui le decisioni sono davvero prese con modalità democratiche (ovviamente fino a un certo punto: le donne, gli stranieri e gli schiavi sono esclusi dalla vita politica). In questo contesto, durante le assemblee, diventa decisivo chi è più in grado di convincere gli altri della propria opinione grazie alla padronanza delle tecniche dell’oratoria e della retorica. Le mozioni che vengono votate in assemblea non sono tanto quelle giuste, ma quelle che sono state meglio esposte. I maestri della retorica ad Atene sono i sofisti, la cui arte è quella di imporre la propria idea con le armi della comunicazione senza preoccuparsi della giustezza di ciò che si sta affermando. I sofisti diventano quindi i campioni del relativismo: non esiste una verità oggettiva ma la verità di ogni individuo pensante (idea suggellata dalla famosa frase, che Platone attribuisce al sofista Protagora, “l’uomo è misura di tutte le cose”).

    Un mondo che, pur lontano secoli, assomiglia molto al nostro attuale, fatto di infinite opinioni, una per ogni post social, in cui la forma (la modalità di comunicazione) oscura la sostanza (la verità di ciò che si comunica). In questo regime l’egemonia culturale appartiene agli influencer, i più bravi a vendere se stessi agli spettatori perennemente sintonizzati online; il palcoscenico non è certo degli scienziati, dei filosofi o dei saggi. In un mondo come il nostro è diventata un’impresa titanica trovare spazi di ricerca della verità; e i social, con le loro bolle, non aiutano. Oggi anche un fatto ormai scientificamente provato come la causa antropica del riscaldamento climatico diventa opinione a servizio della peggiore retorica. La complessità del mondo diventa una scusa per rifiutare qualsiasi verità e inventarsi nuove teorie che hanno solo bisogno di passare l’esame degli algoritmi di ricerca.

    Quanto ci manca Socrate! Un uomo a cui non importava di convincere gli altri delle proprie idee; lo scopo della sua attività era semmai quello di rendere gli altri consapevoli della propria ignoranza, della propria fallacia, spingendoli verso una nuova ricerca di verità. Nella Apologia di Socrate, uno dei primi dialoghi platonici, Socrate pronuncia la sua arringa di difesa contro le accuse di corruzione dei giovani. In un passo celebre dichiara:

    Io, dentro di me, sono ben conscio di non essere un dotto, né grande né piccolo[…]

    Andai da uno quotato per la sua cultura, pensando che fosse il miglior modo per mettere in difficoltà l’oracolo, e per svelare, io, alla Voce che “Quest’uomo è addottrinato più di me: e tu giuravi me”. Ora, io scandagliavo questo tipo […] e mi convinsi che questa persona dava l’idea d’essere dotto a un mucchio di altra gente, e soprattutto a sé: ma non lo era.

    E alla fine, come conseguenza, ecco le diffamazioni ripetute, e questa mia nomea diffusa, Socrate il dotto. Sì, perché ogni volta gli intervenuti credono che io sia il maestro nella materia in cui smentisco l’interlocutore. Ma qui c’è un rischio, signori miei, che l’unico concreto maestro sia il dio, e che nel suo messaggio voglia dire che il sapere umano è pochezza, è zero.

    Uno sprone per noi, attivisti della Decrescita, costantemente in lotta contro chi, spacciandosi per esperto, cerca di screditare verità che dovrebbero essere patrimonio di tutti: il riscaldamento climatico causato dall’uomo, l’impossibilità di una crescita infinita in un pianeta finito, le leggi della termodinamica. La Decrescita esprime con convinzione la sua fiducia nella scienza, anche se spesso essa ci mostra delle verità scomode. Non è mistificando la realtà che possiamo pensare di affrontare problemi enormi come il riscaldamento climatico. La causa la conosciamo. Piuttosto, possiamo discutere sulle soluzioni. E l’umiltà di Socrate, che sa di non sapere, ci offre anche il suggerimento metodologico su come porci davanti al problema.

    Lo spazio della polis

    Socrate dà la sua lezione forse meno scontata negli ultimi giorni della sua vita. Il processo intentato per empietà e corruzione della gioventù ha emesso la sentenza della condanna a morte. Socrate è condotto in carcere in attesa dell’esecuzione della sentenza. Nei giorni successivi Socrate viene visitato da amici e allievi, che cercano in tutti i modi di convincerlo della possibilità di evitare la morte fuggendo in esilio via da Atene. Ma Socrate rifiuta. Atene ha deciso così e lui non si opporrà. Perché Atene non è solo la città in cui è vissuto: è la città che gli ha consentito di essere ciò che è. Non ci sarebbe stato Socrate senza Atene.

    Leggiamo dal Critone di Platone queste parole meravigliose che danno il senso di quanto non solo Socrate, ma i greci in generale, legassero il destino individuale dell’uomo a quello della propria polis.

    Guardala da questo lato. Un’ipotesi. Noi siamo lì lì per tagliare la corda, o come vuoi chiamarla, questa cosa. Arrivano le Leggi, l’istituzione pubblica. Un’apparizione, e poi questo discorso: “Dì a me, caro Socrate, cos’hai in mente di fare? Mediti di farci stramazzare, se ci riesci, noi Leggi e il paese tutto quanto, o cos’altro, con questa bravata che hai fra le mani? O t’illudi che sappia sopravvivere dopo, e non finire sottosopra quel paese dove i giudizi celebrati nulla valgono e l’uomo della strada può svilirli, cancellarli? […]. Socrate, fra noi e te c’era quest’altro accordo, o quello di star fedeli ai giudizi della giustizia ateniese? […]. Ecco il punto: di che c’incrimini, noi Leggi e il tuo paese, per metter mano ad annientarci? Primo: non t’abbiamo messo noi in questo mondo? E tuo padre non sposò tua madre in nome nostro, per poi darti vita? […]. E dopo che sei nato, che hai ricevuto cure e un’istruzione, avresti la forza di dire, proprio adesso, che tu non ci appartieni, no, non sei un frutto ed un soggetto nostro: tu, con le tue radici?”.

    Posto di fronte alla scelta tra il salvataggio di sé e la salvaguardia delle leggi del proprio stato, Socrate sceglie senza indugi la seconda possibilità. Capisce che, fuggendo, salverebbe solo l’ombra di se stesso. Lui era ciò che era perché viveva ad Atene, la città che gli ha dato la nascita, le cure, l’istruzione, la possibilità di dialogare con gli altri nell’Agorà. Socrate dunque non vuole svilire la centralità della persona umana, che sarà il suo cruccio filosofico per tutta la vita (cercare di tirar fuori da ciascuno il Bene che è in lui) ma vuole ribadire il concetto (che sarà poi ripreso sia da Platone che da Aristotele) che non può esistere un’individualità svincolata dalla comunità di appartenenza. Noi nasciamo e cresciamo sempre in un microcosmo umano, che può essere la famiglia, la propria città, il proprio paese.

    Una lezione, anch’essa, molto attuale oggi, nel tempo dell’individualismo estremo, in cui ogni discorso di respiro comunitario sembra essere ormai fuori moda. In questo senso la Decrescita non deve lasciarsi tentare da soluzioni individualiste e anarchiche, che vedono l’emancipazione dal consumismo come un puro percorso personale. La Decrescita ha bisogno di persone che si sentono parte di qualcosa di più grande, membri di comunità rappresentate da istituzioni legittime, che tramite le leggi, in cui anche Socrate credeva, sappiano regolare ciò che per natura non vuole regole, il capitalismo vorace e incontrollato di oggi. Ciò che ci può salvare è allora il nostro affidarci a comunità istituite, anche quando queste operano in un modo che non ci piace. La lezione di Socrate, fedele ad Atene fino alla fine, è lì a ricordarcelo.