Tag: decrescita

  • Decrescita e Capitalismo: questione di ideologie

    Decrescita e Capitalismo: questione di ideologie

    “È ora di finirla con questi pregiudizi ideologici!”

    “Dobbiamo analizzare la situazione senza paraocchi ideologici!”

    “Torniamo ai fatti. Basta con le ideologie!”

    Quando si tratta di condurre un confronto su un certo fenomeno politico, economico o sociale, la prima preoccupazione degli osservatori illuminati è di sgombrare il campo da qualunque fraintendimento: “la mia analisi sarà oggettiva e non sarà deviata da ideologie personali”. Come se l’ideologia fosse una sorta di difetto di fondo, un errore sistematico che, con le giuste precauzioni (attenersi ai soli dati misurabili), può essere adeguatamente eliminato. La disciplina in cui questa forma mentis viene sbandierata il maggior numero di volte è, guarda caso, l’economia. Perché nell’economia chi comanda davvero sono i soldi, quindi i numeri: non c’è spazio per le ideologie!

    Sembra tutto molto giusto, molto bello, troppo facile. In realtà viene da chiedersi: ma è davvero una brutta cosa l’ideologia, qualcosa da cui fuggire quando si indaga la realtà? E ancora: l’ideologia è davvero evitabile? Se ne può fare a meno con le dovute accortezze metodologiche?

    Forse prima di tutto dovremmo chiederci cosa intendiamo, esattamente, col termine ideologia e quali sono le sue accezioni più comuni. È quello che proverò a fare in questo articolo. Per spiegare il mio punto di vista, mi servirò della disciplina che insegno a scuola, la matematica. Non me ne vogliano gli odiatori di questa materia! Il motivo di questa scelta è che in un certo senso, anche se può sembrare paradossale, la matematica è la disciplina ideologica per eccellenza. Imparare a capire come funziona la matematica (nello specifico parleremo di geometria) ci può forse aiutare a comprendere se abbia senso pretendere di sbarazzarsi delle ideologie quando si analizza la realtà. Il passo successivo mi porterà a fare un confronto all’interno di una nuova cornice di senso tra Decrescita e Capitalismo.

    Che cos’è l’ideologia

    Il termine ideologia è definito dall’Enciclopedia Treccani come il complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni, valori che orientano un determinato gruppo sociale. A coniare il termine fu alla fine del Settecento il filosofo illuminista Destutt de Tracy. Nella sua visione originaria, il termine aveva un significato puramente positivo e scientifico: doveva essere la “scienza che studia l’origine delle idee” a partire dalle sensazioni umane, sul modello delle scienze naturali.

    Il concetto di ideologia venne poi ripreso, in un’accezione più critica, da Karl Marx e Friedrich Engels, secondo i quali l’ideologia corrisponde alla rappresentazione capovolta, illusoria e mistificata della realtà materiale. Per Marx ed Engels non sono le idee a determinare la realtà sociale; piuttosto sono i rapporti materiali di produzione (la struttura economica) a determinare le idee (la sovrastruttura). La classe che detiene i mezzi di produzione materiale detiene anche i mezzi di produzione intellettuale, imponendo la propria visione del mondo come l’unica naturale e oggettiva. Se pur con delle variazioni, questa concezione critica verrà ripresa anche da altri studiosi come Gramsci, Althusser, Horkheimer e Adorno: l’ideologia è vista sempre come una interpretazione imposta con vari mezzi dalle classi dominanti alle classi sottoposte.

    Si svilupperà nel Novecento anche una terza concezione di ideologia, che potremmo definire sociologica. Secondo autori come Durkheim, Weber e Pareto, l’ideologia corrisponde a una visione del mondo specifica (Weltanschauungen secondo Weber) che ogni gruppo sociale sviluppa per dare senso, legittimazione e ordine alla propria vita quotidiana, che sia di privilegio o di sfruttamento. L’ideologia diventa quindi la tendenza da parte di ogni gruppo sociale a scambiare le idee sulle cose con le cose stesse.

    In conclusione, possiamo affermare che non esiste nella storia del pensiero una definizione univoca di ideologia; se dovessi però trovare una formulazione adatta al mio scopo, definirei l’ideologia come falsa coscienza (alla Marx), quindi rappresentazione distorta della realtà, propria però non solo dei gruppi dominanti, ma di qualunque formazione sociale determinata (storicamente, geograficamente, culturalmente, economicamente ecc.).

    Il parallelo con la geometria

    Per spiegare ora cosa c’entri la matematica con l’ideologia, dobbiamo prima capire come funziona e non funziona la matematica.

    La matematica non opera come la scienza. Nelle scienze sperimentali ogni teoria viene elaborata a partire da dati numerici ricavati in modo opportuno (misurazioni) che vengono poi aggregati secondo formulazioni coerenti. La validità di una teoria scientifica deriva quindi, oltre che dalla sua coerenza interna, dalla corrispondenza con le verifiche sperimentali. Non esiste una verità scientifica assoluta; piuttosto vige il principio di non falsificazione: una teoria è vera fintanto che tutte le verifiche sperimentali la confermano. È il cosiddetto metodo induttivo.

    La matematica invece si basa sul metodo assiomatico-deduttivo. Le regole matematiche non possono essere verificate con i dati sperimentali, perché trattano di entità astratte (numeri, figure, strutture…). Si parte allora da alcune affermazioni presentate come vere a prescindere perché auto-evidenti (gli assiomi) dai quali, per necessità logica, vengono dedotte proprietà successive, a cascata. La validità di un’intera teoria matematica discende quindi dall’accettazione degli assiomi iniziali, oltre che, ovviamente, dalla sua coerenza interna.

    L’esempio che voglio portarvi riguarda la geometria e una famosa proprietà dei triangoli. Forse vi ricorderete dai vostri studi scolastici che la somma degli angoli interni di un qualunque triangolo vale un angolo piatto, cioè 180°. Questa proprietà non discende dal cielo, ma può essere dimostrata. Attenzione: può essere dimostrata se accettiamo qualche presupposto iniziale. Nella geometria sistematizzata dal matematico Euclide (la geometria euclidea, appunto), esiste un assioma importante, chiamato anche Postulato delle parallele, che dice questo:

    per un punto esterno a una retta passa una e una sola retta parallela alla retta data.

    Se accettiamo questo presupposto (passa sicuramente una retta, e non più di una) allora possiamo facilmente dimostrare la famosa proprietà dei triangoli. Prendiamo un triangolo qualunque ABC. Tracciamo ora la retta parallela a un lato (scegliamo AB) passante per il vertice opposto: lo possiamo fare, questa retta esiste ed è unica. Allora in corrispondenza di quel vertice si formano tre angoli che sommati danno, ovviamente, l’angolo piatto. Dunque α+C+β=180°. Ma l’angolo α è uguale all’angolo A (si chiamano alterni interni ed è facile vedere che sono uguali), e allo stesso modo l’angolo β è uguale all’angolo B. Dunque sostituendo gli angoli α e β con A e B, otteniamo A+C+B=180°, che è quello che volevamo dimostrare.

    E se il Postulato non vale? Le geometrie non euclidee

    Risulterà evidente che questa dimostrazione non possa esistere senza il Postulato delle parallele. Se la retta passante per il punto C non esiste oppure non è l’unica, cade tutto l’edificio logico che abbiamo costruito. Eppure in passato c’è chi ha provato a “fare a meno” del Postulato delle parallele, sostituendolo con assiomi alternativi. Parliamo di matematici come Gauss, Beltrami, Bolyai, Riemann, Lobacevskij, Poincaré, considerati i fondatori delle geometrie non euclidee. In queste nuove geometrie, innestate su nuovi assiomi, non valgono più molti teoremi dedotti dai postulati della geometria euclidea.

    Per esempio, nella geometria iperbolica, sviluppata da Eugenio Beltrami e Henry Poincarè, il Postulato delle parallele è negato e sostituito dall’assioma:

    per un punto esterno a una retta passano almeno due parallele alla retta data.

    Il fatto decisivo è che, se accettiamo questo strano assioma, arriviamo a nuove deduzioni altrettanto bizzarre, per esempio quelle riguardanti i triangoli. Si può dimostrare infatti che nella geometria iperbolica la somma degli angoli di un triangolo è minore di 180°.

    Oppure, in una direzione diversa, si può negare, come ha fatto il matematico Bernard Riemann, il Postulato delle parallele, in questo modo:

    per un punto esterno a una retta non passa nessuna parallela alla retta data.

    Questo assioma è alla base della geometria sferica. Anche qui discendono nuove regole sui triangoli. Nella geometria sferica si dimostra che la somma degli angoli di un triangolo è maggiore di 180°.

    Chi ha ragione, dunque? Euclide, Beltrami, Riemann? La domanda in realtà è mal posta. Tutte queste geometrie hanno senso e ragione di esistere. Quella euclidea perché rappresenta la migliore e più comoda astrazione degli oggetti della nostra realtà quotidiana. Quelle non euclidee, nonostante partano da premesse anti-intuitive, hanno consentito di descrivere matematicamente alcuni fenomeni fisici, come la teoria della relatività generale di Einstein.

    L’adeguatezza formale e sostanziale delle geometrie non euclidee e i loro riscontri fisici, oltre che matematici, ci aiuta quindi a comprendere fino in fondo il metodo assiomatico: la validità di una teoria discende dall’accettazione delle premesse iniziali. Non esistono premesse sbagliate; esistono piuttosto premesse da cui possono derivare conclusioni dotate di senso, coerenti internamente (cioè logicamente tra loro) ed esternamente (cioè con un certo grado di riscontro con la realtà).

    Capitalismo e decrescita: due ideologie

    Vale nella matematica, ma vale anche con le ideologie. Perché nonostante tutta la buona volontà che possiamo mettere nel costruire una visione di mondo coerente, in grado di spiegare ogni fenomeno, o addirittura con capacità predittive nel futuro, dobbiamo accettare l’idea che è una visione costruita su premesse arbitrarie. Vale anche per il capitalismo.

    Se affermiamo che una società umana, per raggiungere un migliore grado di benessere diffuso, ha bisogno di continua crescita economica (intesa quantomeno come aumento della produzione e dei consumi) non stiamo affermando un fatto vero a prescindere: stiamo facendo un assunto, cioè una premessa iniziale. Da questa e da altre premesse discenderanno poi delle conseguenze necessarie. Per esempio che bisogna aumentare sempre più l’energia prodotta, e quindi l’energia nucleare è irrinunciabile. Oppure che l’Italia deve attrarre forza lavoro per sostenere la produzione, sostenere il sistema pensionistico e dunque favorire i consumi, quindi l’immigrazione va incentivata e non ostacolata. Oppure, ancora, che la sovranità degli stati va sempre più ceduta alle istituzioni finanziarie, alle agenzie di rating e alla banche centrali, in poche parole ai mercati, perché essi più di tutti conoscono la migliore allocazione di risorse per massimizzare produzione e consumi.

    Queste tre considerazioni sono giuste e corrette, se mi muovo nel sistema di pensiero capitalista e cioè se accetto l’assunto iniziale che un maggiore benessere diffuso richiede per forza una continua crescita economica. Ma questo non è la verità. È un’ideologia.

    Se io modifico l’assunto iniziale e affermo che un maggiore benessere diffuso si può raggiungere anche per altre vie, come la redistribuzione, l’etica dei bisogni, il principio della sufficienza e il rispetto dei limiti naturali, automaticamente falsifico le affermazioni precedenti e ne costruisco delle altre. La somma degli angoli di un triangolo non equivale più a 180°. Tornando agli esempi precedenti, potrò affermare che, perseguendo la via del risparmio energetico, l’energia nucleare forse non è necessaria. Oppure che per preservare gli equilibri sociali e ambientali di un paese l’immigrazione va contenuta e governata, e non per forza incoraggiata. Oppure, ancora, che se uno stato vuole governare il sistema dei bisogni dei propri abitanti deve essere in possesso della piena sovranità politica ed economica. Vedete, cambia tutto. Cambia sistema di pensiero: dall’ideologia del capitalismo all’ideologia della decrescita.

    Per concludere

    È dunque la decrescita portatrice di una maggiore verità? Io non credo. Il punto è che mentre i sostenitori della decrescita (se non vi piace il nome possiamo anche chiamarla a-crescita, o post-crescita, a un certo punto il nome conta poco) sono consapevoli di portare avanti delle proposte alternative al pensiero dominante e quindi sanno di essere in un preciso solco ideologico, i sostenitori del capitalismo se ne rendono conto a fatica e perseverano a considerare la crescita illimitata un dogma di verità. Se vogliamo costruire un vero e autentico dialogo sui temi cruciali della nostra epoca ogni fazione, ogni persona, dovrebbe compiere prima un salto di consapevolezza: se io so che la mia posizione non è la verità, ma solo una delle possibili interpretazioni della realtà (magari comunque quella migliore) allora posso accogliere con serenità anche le posizioni diverse dalla mie e cercare con gli altri una sintesi comune. Basta volerlo.

  • Socrate: sapere e verità nello spazio della polis

    Socrate: sapere e verità nello spazio della polis

    L’idea della Decrescita, quantomeno intesa come riduzione socialmente pianificata dell’impatto umano sull’ecosistema, è sicuramente una novità storica e culturale, frutto delle contingenze storiche degli ultimi decenni; ma le idee che ne stanno alla base non sono nuove: la visione dell’uomo, la teoria del rapporto dell’uomo con la comunità e il mondo, i presupposti scientifici, affondano le loro radici nelle grandi questioni filosofiche che la civiltà occidentale si è posta nei secoli passati. Studiare il rapporto tra Decrescita e filosofia significa allora viaggiare nel passato alla ricerca degli “antenati ideali” della Decrescita, che ne fanno una teoria sì nuova, ma con alle spalle una lunga tradizione di storia del pensiero. Un’analisi di questo tipo non può che aiutare i teorici attuali della Decrescita a trovare ulteriori sviluppi e magari nuove risposte ai problemi della complessa società odierna.

    La figura con cui voglio avviare l’indagine nel rapporto tra filosofia e Decrescita è quella di Socrate, il saggio ateniese considerato il vero iniziatore della filosofia occidentale. Socrate non è solo un grande pensatore; è anche un personaggio storico, testimone attivo e simbolo della Atene di fine V secolo a.C., la polis greca che anche grazie al suo regime democratico ha conosciuto una fioritura culturale unica nella storia. Ma anche nella Atene del 400 a.C non mancano le contraddizioni; il regime democratico instaurato decenni prima porta spesso alla ribalta non i portatori di verità, ma i venditori di belle parole e Socrate, da bravo filosofo, amante del sapere, conduce fino alle estreme conseguenze la sua lotta contro le mistificazioni della realtà operate dai relativisti dell’epoca. Il microcosmo ateniese in cui Socrate vive e opera assomiglia in effetti molto al mondo globalizzato attuale, dove la Verità è una chimera e ciò che conta è affermare la propria posizione, indipendentemente da dove sta davvero la ragione.

    Socrate visse la sua intera vita ad Atene; nacque nel 469 a.C. e morì nel 399 a.C., bevendo un veleno fatale, la cicuta, dopo essere stato condannato a morte dal tribunale ateniese. Fu un filosofo nel vero senso della parola: la sua attività principale consisteva nel discutere con chiunque nell’Agorà, la piazza principale di Atene, su questioni di qualsiasi tipo. Non aprì mai una scuola formale; riteneva che la sua missione fosse scuotere le coscienze, a partire dalla consapevolezza di “sapere di non sapere”. Fu però anche un cittadino esemplare: prestò servizio come oplita durante la guerra del Peloponneso, distinguendosi per il coraggio e l’incredibile resistenza fisica nelle battaglie di Potidea, Delio e Anfipoli. In un’occasione salvò persino la vita al suo giovane amico Alcibiade, dimostrando che la sua ricerca della virtù non era solo teorica, ma si traduceva in azioni concrete di lealtà e fermezza. Ciononostante, il suo atteggiamento critico nei confronti dei pregiudizi dei suoi concittadini lo portò ad essere accusato e condannato per empietà e corruzione dei giovani.

    La filosofia di Socrate è una filosofia che guarda all’Uomo, al suo rapporto col Bene, con la Virtù e all’importanza del sapere. Esistono, secondo me, tre aspetti fondamentali del pensiero socratico che possiamo collegare al pensiero della Decrescita: la necessità per l’Uomo di cercare il Bene attraverso la Sapienza; il primato della Verità contro ogni relativismo conoscitivo; l’inscindibilità dell’agire umano dalla sua comunità di appartenenza.

    La via verso il Bene

    Come è noto, Socrate non scrisse nulla durante la sua vita, e questo per una motivazione molto precisa: scrivere, per Socrate, significava fissare per sempre un’idea nel suo percorso di avvicinamento alla verità. Un’opinione può essere sempre confutata, riveduta o migliorata, se sottoposta al confronto dialogico; la scrittura, invece, implica la rinuncia ad una verità ulteriore, più precisa, più profonda. Dunque la vita, secondo Socrate, è continua ricerca della verità. E il modo migliore per cercare la verità è dialogare con gli altri.

    Noi conosciamo le idee di Socrate grazie ad alcuni suoi allievi che le misero per iscritto. Il più famoso tra essi fu sicuramente Platone che, non a caso, utilizzò per le sue opere proprio lo stile del dialogo. I primi dialoghi di Platone, scritti poco dopo la morte di Socrate, risentono molto delle idee e dello stile del maestro. Ciascuno di essi è incentrato su un tema specifico (la santità, il coraggio, la temperanza…) di cui gli interlocutori (di solito Socrate e un altro personaggio) cercano di trovare la giusta definizione. Potremmo dire che, in generale Socrate, tramite Platone, si stia chiedendo cosa sia davvero il Bene, inteso nell’accezione del vivere bene (in greco eu zen), cioè vivere secondo virtù e secondo misura. Secondo Socrate questa vita non può raggiungersi se non tramite la Sapienza. Chi non è abbastanza sapiente non è in grado di raggiungere la condizione del vivere bene.

    Ma queste sono parole che entrano in risonanza con la Decrescita, soprattutto nella versione “felice”. Pensiamo all’idea per cui è necessario invertire il processo di esternalizzazione, tipico del capitalismo contemporaneo, per il quale noi deleghiamo ad altri la produzione di qualsiasi bene che consumiamo, per tornare invece a una società in cui ogni persona sia in grado, almeno in parte, di produrre ciò che consuma (mi piace pensare che ogni persona possa essere artefice del proprio consumo, oltre che artefice del proprio destino). La piena emancipazione della persona si realizza allora in una maggiore conoscenza e padronanza degli oggetti di cui fa uso, oltre che nella padronanza dei propri desideri consumistici. La sapienza socratica si traduce nel saper fare della Decrescita. Saper cucinare, saper riparare, saper coltivare, saper costruire: tutte abilità che ci conducono a una maggiore consapevolezza delle proprietà degli oggetti e delle leggi di natura. Conoscere meglio la natura implica anche comprenderne il principio fondamentale della limitatezza (non esiste un ecosistema con risorse infinite), requisito necessario per un’umanità che ha di fronte la sfida all’illimitatezza capitalistica e che deve fare i conti con un modello basato sulla creazione di continui bisogni di consumo. Socrate ci insegna dunque che possiamo aspirare a vivere bene se accresciamo la nostra conoscenza, soprattutto se impariamo a fare nostro il senso del limite e del finito, alla base di qualunque legge naturale.

    La verità esiste

    La Atene di Socrate vive nel corso del V secolo la sua età più gloriosa; è l’età di Pericle, di Tucidide, di Aristofane e molti altri ma, soprattutto, è l’età della democrazia.

    Socrate dunque vive in un’Atene in cui le decisioni sono davvero prese con modalità democratiche (ovviamente fino a un certo punto: le donne, gli stranieri e gli schiavi sono esclusi dalla vita politica). In questo contesto, durante le assemblee, diventa decisivo chi è più in grado di convincere gli altri della propria opinione grazie alla padronanza delle tecniche dell’oratoria e della retorica. Le mozioni che vengono votate in assemblea non sono tanto quelle giuste, ma quelle che sono state meglio esposte. I maestri della retorica ad Atene sono i sofisti, la cui arte è quella di imporre la propria idea con le armi della comunicazione senza preoccuparsi della giustezza di ciò che si sta affermando. I sofisti diventano quindi i campioni del relativismo: non esiste una verità oggettiva ma la verità di ogni individuo pensante (idea suggellata dalla famosa frase, che Platone attribuisce al sofista Protagora, “l’uomo è misura di tutte le cose”).

    Un mondo che, pur lontano secoli, assomiglia molto al nostro attuale, fatto di infinite opinioni, una per ogni post social, in cui la forma (la modalità di comunicazione) oscura la sostanza (la verità di ciò che si comunica). In questo regime l’egemonia culturale appartiene agli influencer, i più bravi a vendere se stessi agli spettatori perennemente sintonizzati online; il palcoscenico non è certo degli scienziati, dei filosofi o dei saggi. In un mondo come il nostro è diventata un’impresa titanica trovare spazi di ricerca della verità; e i social, con le loro bolle, non aiutano. Oggi anche un fatto ormai scientificamente provato come la causa antropica del riscaldamento climatico diventa opinione a servizio della peggiore retorica. La complessità del mondo diventa una scusa per rifiutare qualsiasi verità e inventarsi nuove teorie che hanno solo bisogno di passare l’esame degli algoritmi di ricerca.

    Quanto ci manca Socrate! Un uomo a cui non importava di convincere gli altri delle proprie idee; lo scopo della sua attività era semmai quello di rendere gli altri consapevoli della propria ignoranza, della propria fallacia, spingendoli verso una nuova ricerca di verità. Nella Apologia di Socrate, uno dei primi dialoghi platonici, Socrate pronuncia la sua arringa di difesa contro le accuse di corruzione dei giovani. In un passo celebre dichiara:

    Io, dentro di me, sono ben conscio di non essere un dotto, né grande né piccolo[…]

    Andai da uno quotato per la sua cultura, pensando che fosse il miglior modo per mettere in difficoltà l’oracolo, e per svelare, io, alla Voce che “Quest’uomo è addottrinato più di me: e tu giuravi me”. Ora, io scandagliavo questo tipo […] e mi convinsi che questa persona dava l’idea d’essere dotto a un mucchio di altra gente, e soprattutto a sé: ma non lo era.

    E alla fine, come conseguenza, ecco le diffamazioni ripetute, e questa mia nomea diffusa, Socrate il dotto. Sì, perché ogni volta gli intervenuti credono che io sia il maestro nella materia in cui smentisco l’interlocutore. Ma qui c’è un rischio, signori miei, che l’unico concreto maestro sia il dio, e che nel suo messaggio voglia dire che il sapere umano è pochezza, è zero.

    Uno sprone per noi, attivisti della Decrescita, costantemente in lotta contro chi, spacciandosi per esperto, cerca di screditare verità che dovrebbero essere patrimonio di tutti: il riscaldamento climatico causato dall’uomo, l’impossibilità di una crescita infinita in un pianeta finito, le leggi della termodinamica. La Decrescita esprime con convinzione la sua fiducia nella scienza, anche se spesso essa ci mostra delle verità scomode. Non è mistificando la realtà che possiamo pensare di affrontare problemi enormi come il riscaldamento climatico. La causa la conosciamo. Piuttosto, possiamo discutere sulle soluzioni. E l’umiltà di Socrate, che sa di non sapere, ci offre anche il suggerimento metodologico su come porci davanti al problema.

    Lo spazio della polis

    Socrate dà la sua lezione forse meno scontata negli ultimi giorni della sua vita. Il processo intentato per empietà e corruzione della gioventù ha emesso la sentenza della condanna a morte. Socrate è condotto in carcere in attesa dell’esecuzione della sentenza. Nei giorni successivi Socrate viene visitato da amici e allievi, che cercano in tutti i modi di convincerlo della possibilità di evitare la morte fuggendo in esilio via da Atene. Ma Socrate rifiuta. Atene ha deciso così e lui non si opporrà. Perché Atene non è solo la città in cui è vissuto: è la città che gli ha consentito di essere ciò che è. Non ci sarebbe stato Socrate senza Atene.

    Leggiamo dal Critone di Platone queste parole meravigliose che danno il senso di quanto non solo Socrate, ma i greci in generale, legassero il destino individuale dell’uomo a quello della propria polis.

    Guardala da questo lato. Un’ipotesi. Noi siamo lì lì per tagliare la corda, o come vuoi chiamarla, questa cosa. Arrivano le Leggi, l’istituzione pubblica. Un’apparizione, e poi questo discorso: “Dì a me, caro Socrate, cos’hai in mente di fare? Mediti di farci stramazzare, se ci riesci, noi Leggi e il paese tutto quanto, o cos’altro, con questa bravata che hai fra le mani? O t’illudi che sappia sopravvivere dopo, e non finire sottosopra quel paese dove i giudizi celebrati nulla valgono e l’uomo della strada può svilirli, cancellarli? […]. Socrate, fra noi e te c’era quest’altro accordo, o quello di star fedeli ai giudizi della giustizia ateniese? […]. Ecco il punto: di che c’incrimini, noi Leggi e il tuo paese, per metter mano ad annientarci? Primo: non t’abbiamo messo noi in questo mondo? E tuo padre non sposò tua madre in nome nostro, per poi darti vita? […]. E dopo che sei nato, che hai ricevuto cure e un’istruzione, avresti la forza di dire, proprio adesso, che tu non ci appartieni, no, non sei un frutto ed un soggetto nostro: tu, con le tue radici?”.

    Posto di fronte alla scelta tra il salvataggio di sé e la salvaguardia delle leggi del proprio stato, Socrate sceglie senza indugi la seconda possibilità. Capisce che, fuggendo, salverebbe solo l’ombra di se stesso. Lui era ciò che era perché viveva ad Atene, la città che gli ha dato la nascita, le cure, l’istruzione, la possibilità di dialogare con gli altri nell’Agorà. Socrate dunque non vuole svilire la centralità della persona umana, che sarà il suo cruccio filosofico per tutta la vita (cercare di tirar fuori da ciascuno il Bene che è in lui) ma vuole ribadire il concetto (che sarà poi ripreso sia da Platone che da Aristotele) che non può esistere un’individualità svincolata dalla comunità di appartenenza. Noi nasciamo e cresciamo sempre in un microcosmo umano, che può essere la famiglia, la propria città, il proprio paese.

    Una lezione, anch’essa, molto attuale oggi, nel tempo dell’individualismo estremo, in cui ogni discorso di respiro comunitario sembra essere ormai fuori moda. In questo senso la Decrescita non deve lasciarsi tentare da soluzioni individualiste e anarchiche, che vedono l’emancipazione dal consumismo come un puro percorso personale. La Decrescita ha bisogno di persone che si sentono parte di qualcosa di più grande, membri di comunità rappresentate da istituzioni legittime, che tramite le leggi, in cui anche Socrate credeva, sappiano regolare ciò che per natura non vuole regole, il capitalismo vorace e incontrollato di oggi. Ciò che ci può salvare è allora il nostro affidarci a comunità istituite, anche quando queste operano in un modo che non ci piace. La lezione di Socrate, fedele ad Atene fino alla fine, è lì a ricordarcelo.