Tag: politica

  • Politica e socialità: quale futuro?

    Politica e socialità: quale futuro?

    Quando parliamo di relazioni personali, di rapporti umani e di famiglia, ci troviamo tutti d’accordo. Le relazioni umane sono un aspetto fondamentale della nostra vita; una buona rete di relazioni migliora il benessere delle persone, garantisce un potenziale supporto di tipo affettivo, sociale e materiale nei momenti di difficoltà. Non parliamo solo di relazioni tra persone vicine (famiglia, amici, conoscenti) ma anche di fiducia reciproca tra i membri di una comunità, che costituisce un’ulteriore misura del benessere collettivo di una società.

    Il quinto punto del Rapporto BES dell’ISTAT è proprio dedicato alle relazioni personali e traccia almeno nei suoi primi paragrafi un quadro piuttosto positivo riferito al nostro paese. Nel 2024 l’88% della popolazione sopra i 14 anni è abbastanza o molto soddisfatta delle relazioni familiari e il 79,7% lo è per le relazioni amicali. Più di 8 persone su 10 sentono di poter contare su amici, vicini e parenti non conviventi in caso di bisogno. Queste tendenze risultano stabili anche sul lungo periodo.

    Quando però il Rapporto inizia a parlare di partecipazione sociale, civica e politica, il quadro inizia ad assumere una tonalità diversa. Nel 2024 il 28,9% della popolazione dichiara di aver svolto almeno un’attività di partecipazione sociale, prendendo parte per esempio ad associazioni ricreative, culturali, politiche, civiche, sportive, religiose o spirituali. È vero che il valore è in crescita rispetto all’anno precedente (+2,8%) ma nel 2014 era al 33,1%. Stiamo comunque parlando di meno di un terzo della popolazione.

    Se poi ci focalizziamo nel dettaglio sulla partecipazione politica, ci rendiamo di essere di fronte a un fenomeno sociale importante e tendenzialmente negativo. Negli ultimi 10 anni la quota di persone che dichiarano di parlare di politica passa dal 43,0% al 29,0% (-14%) e la percentuale di popolazione che si informa dei fatti di politica diminuisce dal 62,1% al 48,2% (-13,9%). Oltre 19 milioni di italiani non si interessano minimamente di politica.

    Le differenze tra fasce d’età sono evidenti: l’interesse per la partecipazione civica e politica è più basso tra i giovani di 14-19 anni (43,4%) e tocca il picco massimo con gli adulti di 65-74 anni (65,0%). Cioè coloro che avrebbero più interesse a impegnarsi nella vita pubblica per costruirsi un futuro migliore sono invece la fascia di popolazione meno coinvolta, informata e interessata. E presumibilmente questa tendenza proseguirà anche nei prossimi anni .

    Di fronte a questi dati emergono due grandi domande: la prima, la più ovvia, è perché l’interesse per la politica ha subito questo drastico calo; la seconda, invece, riguarda proprio la nostra socialità: siamo sicuri che la qualità delle nostre relazioni sociali possa mantenersi buona se rinunciamo, come popolazione, ad occuparci della vita pubblica?

    Partiamo dalla prima domanda, che ovviamente non è nuova: il fenomeno della disaffezione politica è iniziato ormai qualche decennio fa e si è scritto già molto sulle sue possibili cause, che riassumerei in 4 punti:

    1. La fine dei partiti ideologici: i partiti di oggi, spesso senza sedi fisiche e senza una visione globale di lungo periodo, sono ormai dei semplici comitati elettorali interessati solo alla gestione del potere. Possono a volte attrarre l’elettorato grazie a figure di leader carismatici, ma appena questi si logorano il legame si interrompe.

    2. La politica spettacolo: la sensazione diffusa che su ogni tema si crei una polarizzazione estrema delle opinioni e quindi uno scontro urlato (e inconcludente) su social media e talk show genera un effetto di rigetto. La maggioranza della popolazione percepisce la politica come un semplice teatrino dove vige il gioco delle parti, un teatrino totalmente slegato dalle necessità quotidiane delle persone.

    3. Il tradimento delle promesse: programmi elettorali proclamati alla vigilia delle elezioni che poi vengono sistematicamente ignorati dai partiti una volta al governo sono diventati ormai la prassi; questo genera una mancanza di fiducia diffusa nelle forze politiche che si concretizza, alla fine, nell’astensione.

    4. L’impossibilità di cambiare: secondo le ultime indagini di Demopolis, oltre il 70% di chi si astiene alle elezioni giustifica la propria scelta con la frase “Tanto non cambia nulla”. Molti cittadini percepiscono che le decisioni cruciali (economia, politica estera, politica energetica) sono prese altrove (Bruxelles, Washington, mercati, BCE), mentre il dibattito nazionale rimane una recita su temi marginali.

    Credo siano tutte cause verissime. Ma se dovessi indicare quella più importante, sceglierei senz’altro quest’ultima. Perché è vero che l’offerta politica è scaduta, nei contenuti e nelle forme, e che i partiti politici sono diventati dei gusci vuoti, dediti solo all’amministrazione dell’esistente. Tutto questo però è frutto di un’assenza di responsabilità: se la politica italiana non può davvero incidere, se sui temi veramente importanti le istituzioni italiane non hanno voce in capitolo, quale incentivo reale hanno le forze politiche a dare il meglio di sé? A che serve essere un partito con un programma serio, degno di una fiducia con gli elettori costruita nel tempo, con dei leader seri, preparati e poco inclini allo spettacolo, se tutto questo alla fine non serve a nulla?

    Non voglio con questo giustificare la bassa qualità dell’offerta politica italiana per doverla accettare di conseguenza: vorrei piuttosto che ci rendessimo conto che quando un fenomeno non riguarda più solo un partito, ma tutti, e non solo gli ultimi 2-3 anni, ma gli ultimi 30-40 anni, assume un significato sociale e storico a sé e non ha più senso parlare di “colpe” della politica. Sarebbe come affermare che l’impero romano è caduto solo per colpa dei suoi imperatori. Troppo semplice. Troppo banale.

    I partiti non sono ormai più responsabili del destino del nostro Paese. I margini di manovra dei governi italiani nelle manovre finanziarie, sugli spostamenti di bilancio, sulle politiche migratorie, sulle scelte commerciali e le decisioni di politica estera, sono ridottissimi. Quando va bene, i vincoli esterni provengono dall’Unione Europea. Altrimenti dobbiamo accettare l’influenza di altre forme di potere: andamento dei mercati, FMI, BCE, NATO.

    Viene allora da chiedersi se queste cessioni di sovranità siano un bene per la nostra democrazia. Se l’effetto che producono è una concentrazione di potere nelle mani di poche istituzioni situate fuori dai confini nazionali, il popolo è privato nella sostanza del suo fondamentale diritto all’autodeterminazione. Le persone rinunciano allora a informarsi e a chiedersi chi votare alle prossime elezioni; l’argomento perde di interesse e smette di essere spunto di conversazione. A maggior ragione, se nessuno parla di politica, diventa improbabile che possano nascere dal basso nuove proposte e idee alternative all’attuale sistema. È un circolo vizioso: meno conta ciò che pensa la gente, meno questa si attiva, ancor meno essa conterà in futuro.

    In questa spirale negativa a perderci è inevitabilmente anche la nostra socialità. Se perdiamo uno dei motivi fondanti dello stare insieme, che è decidere collettivamente cosa fare di noi stessi, dei nostri territori, della nostra economia, delle nostre istituzioni, le relazioni personali sono destinate a ridursi, se non in quantità, almeno in qualità.

    La comparsa e la capillare diffusione dei social network ci ha dato l’illusione di avere ancora una rete fitta di relazioni personali, di poter dire la nostra su qualunque tematica e che la nostra opinione contasse ancora qualcosa. Anche la politica si è illusa. Il web e le piattaforme social sono diventate la piazza virtuale su cui diffondere petizioni, appelli, campagne. Ma nonostante il proliferare di queste azioni, la loro reale incisività rimane limitata. Perché la socialità (e quindi anche la politica) online non è di qualità. Si nutre solo di numeri per alimentari degli algoritmi. Ed è un gioco a somma zero, dove le innumerevoli opinioni scritte sui post si annichiliscono a vicenda.

    Certo, possiamo anche dirci che questa situazione ci sta bene così. Non è mica sempre esistita la democrazia. Se però abbiamo ancora delle velleità trasformative, se ancora non ci rassegniamo ad essere dei sudditi che contano solo come consumatori, non possiamo rinunciare a mantenere e alimentare delle relazioni personali vere, autentiche, vive. Dobbiamo tornare a discutere, a saperci confrontare anche con opinioni diverse dalle nostre, senza rinchiuderci nelle bolle tipiche dei social. È dalle discussioni più accese che possono nascere le convergenze migliori.