Siamo giunti al terzo capitolo del rapporto BES 2025 dell’ISTAT, capitolo dedicato al lavoro e alla conciliazione dei tempi di vita.
Il rapporto mostra in generale dei trend positivi negli ultimi anni per quanto riguarda l’aspetto occupazionale. Il tasso di occupazione della popolazione tra i 20 e i 64 anni è al 67,1%, più 0,8 punti percentuali rispetto al 2023 e più 7,6 rispetto al 2014. Diminuisce il part-time involontario, cioè la quota di occupati che lavorano part-time perché non sono riusciti a trovare un lavoro a tempo pieno (dal 9,6% del 2023 all’8,5% nel 2024). L’occupazione a termine nel 2024 è diminuita a vantaggio del tempo indeterminato, anche se la quota di lavoratori a termine che lo sono da almeno cinque anni aumenta (da 18,1% a 19,4%) a causa del calo delle trasformazioni da lavori instabili a lavori stabili (16,6% tra il 2023 e il 2024, 21,4% nel periodo 2022 2023). Migliora inoltre il rapporto tra il tasso di occupazione delle donne di 25-49 anni con almeno un figlio in età prescolare e di quelle senza figli: 75,4% nel 2024 (era il 73,0 nel 2023).
Rimangono però ancora delle criticità, legate soprattutto alla disparità tra uomini e donne. Il divario tra l’occupazione maschile e femminile è di 19 punti percentuali (76,8% gli uomini e 57,4% le donne). Un dato che possiamo accostare a quello che riporta l’ultimo rapporto CENSIS, per cui in Italia più della metà delle donne (il 54,4%) si occupa personalmente delle faccende domestiche, a fronte di appena il 17,6% degli uomini.
Esiste inoltre un forte divario tra Mezzogiorno e Nord Italia, dove i tassi occupazionali sono rispettivamente il 53,4% e il 75% (più del 20% di differenza!).
Infine il 20,7% degli occupati tra i 25 e i 64 anni con titolo di studio terziario (laurea, master, dottorato) svolge una professione poco o mediamente qualificata. Significa che un quinto dei lavoratori italiani non riesce a svolgere un lavoro all’altezza del percorso di studi effettuato.
Questa è grosso modo la fotografia del lavoro in Italia nel 2025. Una fotografia che proverei a riassumere così: la situazione occupazionale va progressivamente, anche se molto lentamente, migliorando, ma non si registrano cambiamenti significativi (a livello politico, economico o sociale) capaci di dare un forte scossone alle strutturali disuguaglianze che affliggono molti lavoratori italiani.
Potremmo anche fermarci qui. Esiste però almeno un’altra tendenza nel mondo del lavoro che merita un minimo di attenzione e qualche riflessione ulteriore.
L’ultimo paragrafo del terzo capitolo approfondisce il tema della soddisfazione dei lavoratori. Quando parliamo di soddisfazione intendiamo ovviamente rispetto ad alcuni parametri: stabilità del rapporto di lavoro, distanza del posto di lavoro da casa, stipendio, prospettive di carriera, eccetera. Tra i lavoratori meno soddisfatti troviamo (e non ce ne stupiamo) i giovani (quasi il 50%).
I giovani sono ormai sempre più al centro delle attenzioni del mercato del lavoro. Non solo perché, banalmente, sono sempre meno, a causa del calo della natalità. Molte indagini di mercato si sono ormai rese conto che i giovani sono diventati sempre più esigenti nella scelta del lavoro: non si accontentano di trovare un lavoro dignitoso; vogliono un’occupazione che garantisca un minimo di flessibilità, che consenta di conciliare il lavoro con la vita privata, che non diventi un’ossessione tra orari, richieste e aspettative. Respingono la cultura aziendalistica del lavoro sopra ogni pensiero.
Con questa tendenza le imprese che rimangono ancorate a certi modelli culturali produttivistici, che non consentono un minimo di flessibilità o che non concedono alcune opzioni come lo smart working nemmeno un giorno a settimana (su questa strada, incredibilmente, si stanno muovendo anche alcune multinazionali, come Stellantis, Ubisoft e Amazon) diventano meno attrattive per chi, invece, cerca di conciliare un buon posto di lavoro con altro che non sia il lavoro stesso (famiglia, tempo libero, svago). È una tendenza ormai certificata da qualche anno: ricordate il tema delle grandi dimissioni subito dopo la pandemia?
Insomma, parliamo di un fenomeno che, pur non essendo dai contorni e dalle dimensioni definite, è ormai acclarato da innumerevoli osservatori. Non credo che debba essere giudicato come qualcosa di positivo o di negativo a senso unico. Come al solito, dipende dai punti di vista. Ci troviamo davanti a un fenomeno strutturalmente interno alla riproduzione capitalistica e che quindi, come tutte le manifestazioni del capitalismo, ha una natura dialettica e contraddittoria. Ritengo infatti che esistano due cause principali nella maggiore “schizzinosità” dei giovani davanti al lavoro, una che potremmo definire “negativa” e una “positiva”.
La causa negativa è lo spirito del nostro tempo, che è il tempo dell’individualismo estremo. L’individuo trova il senso della propria esistenza nell’inseguire l’auto-realizzazione, che si concretizza nelle molteplici forme della posizione lavorativa (la carriera), dell’approvazione sociale (i like dei social), della salute fisica e mentale (avere il tempo per curare se stessi, per praticare sport e attività fisica, per coltivare le proprie passioni), del soddisfacimento dei propri desideri (consumo di beni e servizi). In questa ricerca di senso, dunque, il lavoro è solo un mezzo: serve solo a perseguire i propositi di successo personale, senza però che questi vadano a discapito di tutti gli altri. Il lavoro non è più un dovere sociale, non è più un’aspettativa della comunità nei confronti dell’individuo: è un diritto il cui esercizio non deve penalizzare altri diritti.
Questo se guardiamo al fenomeno da un punto di vista, diciamo così, pessimistico. Esiste però, forse, anche un’altra faccia della medaglia. Non credo, infatti, che questa generazione di giovani sia in astratto più egocentrica di quelle che l’hanno preceduta. Non credo neanche che i giovani di oggi siano in assoluto disinteressati al significato sociale del lavoro e siano incapaci di riconoscerne l’importanza nella dimensione pubblica. Questi discorsi lasciamoli ai vecchi titolari d’azienda e al loro continuo lamento verso i giovani scansafatiche di oggi.
Viviamo in un tempo instabile, incerto, fluido e incontrollato, di cui è impossibile intenderne l’evoluzione da qualsiasi prospettiva: storica, tecnologica, politica, sociale, religiosa, culturale, economica. Già questo basterebbe a zittire tutti i boomer brontoloni, perché chi era giovane negli anni ‘50, ‘60 e ‘70, oltre che essere circondato e inquadrato da strutture sociali solide (famiglia, politica, religione, cultura), capiva benissimo che il mondo procedeva verso un periodo di maggiore benessere. Oggi non è così. Non siamo in grado di prevedere il domani: non sappiamo cosa succederà nel mondo, e quanto questo ci coinvolgerà; non sappiamo quali nuove tecnologie avremo fra 10 anni; non sappiamo che ne sarà di tutta la questione ambientale. E inoltre, tutte quelle strutture sociali che permeavano la società fino a 30-40 anni fa e che ne costituivano i veri fondamenti etici normativi oggi si sono notevolmente indebolite.
Allora, in tutto questo contesto, mettiamoci nei panni di un giovane che deve scegliere un lavoro. Anzi, mettiamoci nella sua testa e chiediamoci noi per lui: oltre all’ovvio motivo che ho bisogno di soldi per vivere, qual è il senso del mio lavoro? Quali sono i motivi che dovrebbero spingermi a lavorare duramente? Per chi, in effetti, sto lavorando? A chi andranno davvero i frutti delle mie fatiche?
È difficile, oggi, rispondere a queste domande. Possiamo dunque comprendere che sia difficile, per un giovane, accettare di riporre tutte le proprie ambizioni e aspettative nella vita lavorativa.
Ecco, quindi, la natura contraddittoria di un fenomeno tipico del capitalismo, il quale è riuscito a indebolire tutte le strutture sociali in cui un giovane era inquadrato, ma, proprio per questo, ha reso il giovane stesso più incontrollabile e meno propenso ad alimentare il meccanismo perverso della macchina di riproduzione capitalistica.
La speranza è che, proprio a causa di questi schizzinosi giovani d’oggi, questo meccanismo si inceppi e possa nascere qualcosa di nuovo.

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