Categoria: Decrescita e Filosofia

  • C’è etica nella crescita?

    C’è etica nella crescita?

    Sfoglio il giornale locale della mia città scrollando le pagine sullo schermo del mio smartphone. Leggo che in un paese vicino al mio vogliono costruire un nuovo polo logistico al posto di un terreno agricolo. Mi indigno. Un altro polo logistico? Continuiamo imperterriti a consumare sempre più suolo? Ettari di terreno coltivabile che andranno persi per sempre. Aumenterà il traffico nella zona e con esso l’inquinamento. Già mi sembra di sentire crescere il periodico sbuffare dei tir sulla strada. Cerco di razionalizzare la notizia per non farmi coinvolgere troppo emotivamente, provando a individuare aspetti positivi. La concessione comunale per la costruzione del polo logistico porterà soldi che potranno essere usati per far crescere e migliorare i servizi pubblici. Ci saranno nuove opportunità di lavoro. Chissà, magari le spese di spedizione per chi acquista online e vive nelle vicinanze diminuiranno.

    Proviamo a fare i conti? No!

    A questo punto mi fermo. Mi rendo conto di aver costruito una lista di argomenti pro e contro la costruzione. Basterebbe trovare il giusto modo di quantificare ciascuna voce, ridurre tutto a un’unica unità di punteggio (euro?) e andare a vedere chi ha più punti, i pro o i contro. Potrebbe essere un sistema applicabile a qualunque nuova opera. Di fatto stiamo parlando di un’analisi costi-benefici. Chissà se la applicano anche in questi casi. Faccio spallucce e spengo lo smartphone. Rimane la mia immagine riflessa sullo schermo scuro. E mi rendo allora conto che in questa riflessione da ingegnere/contabile sulla costruzione di un polo logistico mi sono posto tante domande tranne quella decisiva: è giusta o non è giusta? Al di là dei numeri, dei metri quadri, degli euro: quest’opera è un bene o un male?

    In quest’epoca dominata dalla tecnica abbiamo smesso di ragionare sui fondamenti morali delle nostre azioni. L’opportunità di una scelta è giustificata unicamente da numeri, grafici, tabelle. Paradossalmente, adottiamo questo freddo metodo di calcolo nel periodo storico in cui le nostre scelte modificano maggiormente il mondo in cui viviamo. Le città, le strade, le case di oggi non sono più quelle di trent’anni fa. Stiamo trasformando il mondo e non ci poniamo neanche il problema se questa trasformazione sia un bene. Accettiamo questi cambiamenti perché siamo geneticamente portati a vedere con favore i processi di crescita: se aumentano gli oggetti che abbiamo in casa, le auto per strada, lo stipendio, gli edifici del paese, non può che essere positivo. Prendiamo in considerazione anche gli aspetti negativi, ma li riduciamo sempre a mere quantità. Se chiamiamo tutto questo sviluppo, siamo in grado di giudicarlo moralmente?

    Etica dello sviluppo

    Come possiamo definire un’etica dello sviluppo? Forse per prima cosa dovremmo chiarire cosa intendiamo per sviluppo. La concezione più comune di sviluppo è crescita economica, miglioramento delle condizioni materiali di vita. Stare meglio di prima. Attenzione, non stiamo facendo ragionamenti sul singolo individuo. Ah no, su questo siamo fortissimi. Abbiamo i mental coach, i corsi di auto-aiuto, psicologi e tanto altro. Non parliamo di questo, parliamo di un’intera società. Forse dovremmo fare un ulteriore passo indietro e affrontare un’altra domanda altrettanto impegnativa: cosa vuol dire stare collettivamentemeglio? Quando le condizioni di vita di una società si possono dire migliori rispetto al passato? Provate a chiedere ai vostri genitori, ai vostri nonni, se trenta, quaranta, cinquant’anni fa, erano più o meno felici. La risposta è meno scontata di quanto sembri. Io non ho una risposta, almeno non adesso, ma vorrei che riflettessimo sul fatto che nel mondo di oggi, incentrato solo sull’ego, siamo del tutto impreparati ad affrontare problemi morali che riguardano un intero gruppo sociale, perché questi ci obbligano a ragionare oltre ciò che è bene unicamente per noi. Quando ragioniamo sul piano collettivo, lo facciamo unicamente con l’appoggio dei numeri. Con questi ci sentiamo al sicuro, perché i numeri non possono essere contraddetti.

    Non vorrei passare per un anti-materialista o un nemico dei dati. In tutto questo ragionamento, non dobbiamo buttare via il bambino con l’acqua sporca. I numeri sono importanti. Se la costruzione di un’opera porterà, poniamo, venti nuovi posti di lavoro, è giusto sottolinearlo: il lavoro è fondamentale. Però ci sono due importanti considerazioni che bisogna aggiungere.

    La prima è che se vogliamo elencare gli aspetti quantitativi di una scelta di sviluppo, li dobbiamo includere tutti, ma proprio tutti. Va bene, l’opera porterà nuovi posti di lavoro. Quanto suolo cementifichiamo? Abbiamo un’idea del costo reale della perdita di suolo fertile? E del danno alla fauna locale? Quanto aumenteranno le temperature estive locali a causa del cemento? Quanto aumenterà il traffico? Di quanto aumenteranno, di conseguenza, le emissioni locali di polveri sottili? E le emissioni di gas serra? Quale potrebbe essere l’impatto sulla salute degli abitanti della zona? E se quest’opera genererà ricchezza, come sarà distribuita? Come saranno retribuiti i lavoratori? Come cambierà il valore fondiario dei terreni circostanti? E il valore degli immobili? Se un abitante del posto vorrà vendere casa, come cambieranno le sue condizioni commerciali rispetto a quando la ha acquistata? Questa costruzione attirerà nuovi residenti o li respingerà? Come saranno usati i proventi per la concessione edilizia?

    Siamo in grado di rispondere adeguatamente a tutti questi quesiti?

    In secondo luogo, anche se stiamo ragionando a livello collettivo, non dobbiamo dimenticare le ricadute etiche nella vita dei singoli. Perché con lo sviluppo modifichiamo anche il rapporto che le persone possono avere con gli oggetti, con gli altri, con il territorio. Supponiamo che il polo logistico in questione sia di proprietà di una azienda di e-commerce e che la sua costruzione incentiverà gli acquisti online. È un bene o un male? Sarà un incentivo alla socialità vera o piuttosto una scusa per chiudersi ancora più in casa a comprare compulsivamente? Non abbiamo parlato del paesaggio: la costruzione del polo modificherà per sempre i panorami che la gente del posto vedrà ogni giorno. Come cambierà l’attaccamento delle persone alla loro terra? Potranno ancora considerarla casa?

    Sviluppo… di chi?

    Sto continuando a parlare in prima persona plurale: noi, noi, noi. Ma noi chi? Parlare di una generica società che deve agire eticamente è molto nobile, ma anche ingenuo. Quando c’è qualcosa che non va spesso diciamo che “è colpa della società”. Tanto la società è tutto e niente. Chi è, davvero, il soggetto del giudizio etico dello sviluppo? Anche a questa domanda non offro risposte, ma spunti di riflessione. Torniamo al polo logistico. Esso sorgerà nel tal comune. Potremmo lasciare ad esso la valutazione e la decisione. Ma non saranno forse interessati anche gli abitanti dei paesi limitrofi? Si potrebbe istituire per l’occasione un consorzio di comuni. Ma le vie stradali coinvolte fanno pensare che l’impatto dell’opera sarà ancora maggiore. Interpelliamo la Provincia? La Regione? Lo Stato?

    C’è chi propone anche un punto di vista diverso, evitando di coinvolgere le istituzioni e parlando piuttosto di comunità locali (pensate ai cantieri TAV in Val di Susa). Un concetto alternativo, più aperto e meno escludente. Non so se sia la via giusta, ma forse coglie il punto fondamentale.

    A prescindere dalle sue dimensioni geografiche, il soggetto deputato alla scelta deve essere comunitario. Lo so, il concetto di comunità oggi è usato e abusato. Esistono le comunità religiose, le community dei social, le comunità energetiche… Niente di tutto questo. Io parlo di una comunità di persone che decide da sé il proprio destino. Un’istituzione che è diretta espressione di una comunità vera, partecipata, solidale, radicata nella storia, nel territorio e portatrice di un bagaglio di valori e di simboli può, grazie a questi, realizzare quel giudizio etico autentico per decidere se uno sviluppo è buono o cattivo. Al contrario, se un’istituzione invece è solo un aggregato di amministratori scelti con qualche algoritmo elettorale, non può esserci un’etica comunitaria. Sopravvivono solo i dati numerici: possono trasmettere qualche certezza, ma non portare valori e moralità. Quindi una comunità istituzionalizzata o, se vogliamo, un’istituzione comunitaria.

    Cui prodest?

    Siamo partiti dal caso di cronaca di un’azienda di e-commerce che chiede all’amministrazione di pertinenza di costruire su un terreno agricolo. È iniziato tutto qui. Da un corpo estraneo, l’azienda, che chiede di insinuarsi nel tessuto umano e ambientale di una comunità, per i propri scopi. Sta alla comunità decidere se questo possa essere per sé un bene. Siamo talmente abituati a questo modo di procedere che non ci rendiamo conto della sua illogicità. Una società si sviluppa perché sente la necessità di soddisfare particolari bisogni. Costruiamo case perché abbiamo più abitanti di prima. Costruiamo strade per poter andare da A a B. Costruiamo una centrale perché ci serve energia. Ma questi sono bisogni veri, fisici, tangibili. Quanti sono i bisogni che ci hanno indotto per poter soddisfare la crescita drogata dell’offerta dei privati? Quanti sono gli oggetti che abbiamo acquistato senza che ne avessimo reale necessità? Era moralmente giusto indurre quei bisogni?

    Un vero sviluppo etico parte dalle reali necessità della comunità istituzionalizzata, non dalle voglie delle aziende, perché l’obiettivo di una comunità è di rendere tutti i suoi membri (tutti!) più felici, quello di un’azienda di retribuire gli azionisti. Non percepite anche voi una possibile incompatibilità?

    Non so come andrà a finire con questo polo logistico. Credo nel modo che meno piacerà a me e che più apprezzerà Monsieur le Capital. A prescindere dalla singola vicenda, mi tengo stretto il sogno di una politica più comunitaria e meno prigioniera dei numeri, che torni a fare scelte morali in vista di un bene vero, non di qualche punto di PIL. Se volete darmi del moralista, lo prendo come il miglior complimento!

  • Socrate: sapere e verità nello spazio della polis

    Socrate: sapere e verità nello spazio della polis

    L’idea della Decrescita, quantomeno intesa come riduzione socialmente pianificata dell’impatto umano sull’ecosistema, è sicuramente una novità storica e culturale, frutto delle contingenze storiche degli ultimi decenni; ma le idee che ne stanno alla base non sono nuove: la visione dell’uomo, la teoria del rapporto dell’uomo con la comunità e il mondo, i presupposti scientifici, affondano le loro radici nelle grandi questioni filosofiche che la civiltà occidentale si è posta nei secoli passati. Studiare il rapporto tra Decrescita e filosofia significa allora viaggiare nel passato alla ricerca degli “antenati ideali” della Decrescita, che ne fanno una teoria sì nuova, ma con alle spalle una lunga tradizione di storia del pensiero. Un’analisi di questo tipo non può che aiutare i teorici attuali della Decrescita a trovare ulteriori sviluppi e magari nuove risposte ai problemi della complessa società odierna.

    La figura con cui voglio avviare l’indagine nel rapporto tra filosofia e Decrescita è quella di Socrate, il saggio ateniese considerato il vero iniziatore della filosofia occidentale. Socrate non è solo un grande pensatore; è anche un personaggio storico, testimone attivo e simbolo della Atene di fine V secolo a.C., la polis greca che anche grazie al suo regime democratico ha conosciuto una fioritura culturale unica nella storia. Ma anche nella Atene del 400 a.C non mancano le contraddizioni; il regime democratico instaurato decenni prima porta spesso alla ribalta non i portatori di verità, ma i venditori di belle parole e Socrate, da bravo filosofo, amante del sapere, conduce fino alle estreme conseguenze la sua lotta contro le mistificazioni della realtà operate dai relativisti dell’epoca. Il microcosmo ateniese in cui Socrate vive e opera assomiglia in effetti molto al mondo globalizzato attuale, dove la Verità è una chimera e ciò che conta è affermare la propria posizione, indipendentemente da dove sta davvero la ragione.

    Socrate visse la sua intera vita ad Atene; nacque nel 469 a.C. e morì nel 399 a.C., bevendo un veleno fatale, la cicuta, dopo essere stato condannato a morte dal tribunale ateniese. Fu un filosofo nel vero senso della parola: la sua attività principale consisteva nel discutere con chiunque nell’Agorà, la piazza principale di Atene, su questioni di qualsiasi tipo. Non aprì mai una scuola formale; riteneva che la sua missione fosse scuotere le coscienze, a partire dalla consapevolezza di “sapere di non sapere”. Fu però anche un cittadino esemplare: prestò servizio come oplita durante la guerra del Peloponneso, distinguendosi per il coraggio e l’incredibile resistenza fisica nelle battaglie di Potidea, Delio e Anfipoli. In un’occasione salvò persino la vita al suo giovane amico Alcibiade, dimostrando che la sua ricerca della virtù non era solo teorica, ma si traduceva in azioni concrete di lealtà e fermezza. Ciononostante, il suo atteggiamento critico nei confronti dei pregiudizi dei suoi concittadini lo portò ad essere accusato e condannato per empietà e corruzione dei giovani.

    La filosofia di Socrate è una filosofia che guarda all’Uomo, al suo rapporto col Bene, con la Virtù e all’importanza del sapere. Esistono, secondo me, tre aspetti fondamentali del pensiero socratico che possiamo collegare al pensiero della Decrescita: la necessità per l’Uomo di cercare il Bene attraverso la Sapienza; il primato della Verità contro ogni relativismo conoscitivo; l’inscindibilità dell’agire umano dalla sua comunità di appartenenza.

    La via verso il Bene

    Come è noto, Socrate non scrisse nulla durante la sua vita, e questo per una motivazione molto precisa: scrivere, per Socrate, significava fissare per sempre un’idea nel suo percorso di avvicinamento alla verità. Un’opinione può essere sempre confutata, riveduta o migliorata, se sottoposta al confronto dialogico; la scrittura, invece, implica la rinuncia ad una verità ulteriore, più precisa, più profonda. Dunque la vita, secondo Socrate, è continua ricerca della verità. E il modo migliore per cercare la verità è dialogare con gli altri.

    Noi conosciamo le idee di Socrate grazie ad alcuni suoi allievi che le misero per iscritto. Il più famoso tra essi fu sicuramente Platone che, non a caso, utilizzò per le sue opere proprio lo stile del dialogo. I primi dialoghi di Platone, scritti poco dopo la morte di Socrate, risentono molto delle idee e dello stile del maestro. Ciascuno di essi è incentrato su un tema specifico (la santità, il coraggio, la temperanza…) di cui gli interlocutori (di solito Socrate e un altro personaggio) cercano di trovare la giusta definizione. Potremmo dire che, in generale Socrate, tramite Platone, si stia chiedendo cosa sia davvero il Bene, inteso nell’accezione del vivere bene (in greco eu zen), cioè vivere secondo virtù e secondo misura. Secondo Socrate questa vita non può raggiungersi se non tramite la Sapienza. Chi non è abbastanza sapiente non è in grado di raggiungere la condizione del vivere bene.

    Ma queste sono parole che entrano in risonanza con la Decrescita, soprattutto nella versione “felice”. Pensiamo all’idea per cui è necessario invertire il processo di esternalizzazione, tipico del capitalismo contemporaneo, per il quale noi deleghiamo ad altri la produzione di qualsiasi bene che consumiamo, per tornare invece a una società in cui ogni persona sia in grado, almeno in parte, di produrre ciò che consuma (mi piace pensare che ogni persona possa essere artefice del proprio consumo, oltre che artefice del proprio destino). La piena emancipazione della persona si realizza allora in una maggiore conoscenza e padronanza degli oggetti di cui fa uso, oltre che nella padronanza dei propri desideri consumistici. La sapienza socratica si traduce nel saper fare della Decrescita. Saper cucinare, saper riparare, saper coltivare, saper costruire: tutte abilità che ci conducono a una maggiore consapevolezza delle proprietà degli oggetti e delle leggi di natura. Conoscere meglio la natura implica anche comprenderne il principio fondamentale della limitatezza (non esiste un ecosistema con risorse infinite), requisito necessario per un’umanità che ha di fronte la sfida all’illimitatezza capitalistica e che deve fare i conti con un modello basato sulla creazione di continui bisogni di consumo. Socrate ci insegna dunque che possiamo aspirare a vivere bene se accresciamo la nostra conoscenza, soprattutto se impariamo a fare nostro il senso del limite e del finito, alla base di qualunque legge naturale.

    La verità esiste

    La Atene di Socrate vive nel corso del V secolo la sua età più gloriosa; è l’età di Pericle, di Tucidide, di Aristofane e molti altri ma, soprattutto, è l’età della democrazia.

    Socrate dunque vive in un’Atene in cui le decisioni sono davvero prese con modalità democratiche (ovviamente fino a un certo punto: le donne, gli stranieri e gli schiavi sono esclusi dalla vita politica). In questo contesto, durante le assemblee, diventa decisivo chi è più in grado di convincere gli altri della propria opinione grazie alla padronanza delle tecniche dell’oratoria e della retorica. Le mozioni che vengono votate in assemblea non sono tanto quelle giuste, ma quelle che sono state meglio esposte. I maestri della retorica ad Atene sono i sofisti, la cui arte è quella di imporre la propria idea con le armi della comunicazione senza preoccuparsi della giustezza di ciò che si sta affermando. I sofisti diventano quindi i campioni del relativismo: non esiste una verità oggettiva ma la verità di ogni individuo pensante (idea suggellata dalla famosa frase, che Platone attribuisce al sofista Protagora, “l’uomo è misura di tutte le cose”).

    Un mondo che, pur lontano secoli, assomiglia molto al nostro attuale, fatto di infinite opinioni, una per ogni post social, in cui la forma (la modalità di comunicazione) oscura la sostanza (la verità di ciò che si comunica). In questo regime l’egemonia culturale appartiene agli influencer, i più bravi a vendere se stessi agli spettatori perennemente sintonizzati online; il palcoscenico non è certo degli scienziati, dei filosofi o dei saggi. In un mondo come il nostro è diventata un’impresa titanica trovare spazi di ricerca della verità; e i social, con le loro bolle, non aiutano. Oggi anche un fatto ormai scientificamente provato come la causa antropica del riscaldamento climatico diventa opinione a servizio della peggiore retorica. La complessità del mondo diventa una scusa per rifiutare qualsiasi verità e inventarsi nuove teorie che hanno solo bisogno di passare l’esame degli algoritmi di ricerca.

    Quanto ci manca Socrate! Un uomo a cui non importava di convincere gli altri delle proprie idee; lo scopo della sua attività era semmai quello di rendere gli altri consapevoli della propria ignoranza, della propria fallacia, spingendoli verso una nuova ricerca di verità. Nella Apologia di Socrate, uno dei primi dialoghi platonici, Socrate pronuncia la sua arringa di difesa contro le accuse di corruzione dei giovani. In un passo celebre dichiara:

    Io, dentro di me, sono ben conscio di non essere un dotto, né grande né piccolo[…]

    Andai da uno quotato per la sua cultura, pensando che fosse il miglior modo per mettere in difficoltà l’oracolo, e per svelare, io, alla Voce che “Quest’uomo è addottrinato più di me: e tu giuravi me”. Ora, io scandagliavo questo tipo […] e mi convinsi che questa persona dava l’idea d’essere dotto a un mucchio di altra gente, e soprattutto a sé: ma non lo era.

    E alla fine, come conseguenza, ecco le diffamazioni ripetute, e questa mia nomea diffusa, Socrate il dotto. Sì, perché ogni volta gli intervenuti credono che io sia il maestro nella materia in cui smentisco l’interlocutore. Ma qui c’è un rischio, signori miei, che l’unico concreto maestro sia il dio, e che nel suo messaggio voglia dire che il sapere umano è pochezza, è zero.

    Uno sprone per noi, attivisti della Decrescita, costantemente in lotta contro chi, spacciandosi per esperto, cerca di screditare verità che dovrebbero essere patrimonio di tutti: il riscaldamento climatico causato dall’uomo, l’impossibilità di una crescita infinita in un pianeta finito, le leggi della termodinamica. La Decrescita esprime con convinzione la sua fiducia nella scienza, anche se spesso essa ci mostra delle verità scomode. Non è mistificando la realtà che possiamo pensare di affrontare problemi enormi come il riscaldamento climatico. La causa la conosciamo. Piuttosto, possiamo discutere sulle soluzioni. E l’umiltà di Socrate, che sa di non sapere, ci offre anche il suggerimento metodologico su come porci davanti al problema.

    Lo spazio della polis

    Socrate dà la sua lezione forse meno scontata negli ultimi giorni della sua vita. Il processo intentato per empietà e corruzione della gioventù ha emesso la sentenza della condanna a morte. Socrate è condotto in carcere in attesa dell’esecuzione della sentenza. Nei giorni successivi Socrate viene visitato da amici e allievi, che cercano in tutti i modi di convincerlo della possibilità di evitare la morte fuggendo in esilio via da Atene. Ma Socrate rifiuta. Atene ha deciso così e lui non si opporrà. Perché Atene non è solo la città in cui è vissuto: è la città che gli ha consentito di essere ciò che è. Non ci sarebbe stato Socrate senza Atene.

    Leggiamo dal Critone di Platone queste parole meravigliose che danno il senso di quanto non solo Socrate, ma i greci in generale, legassero il destino individuale dell’uomo a quello della propria polis.

    Guardala da questo lato. Un’ipotesi. Noi siamo lì lì per tagliare la corda, o come vuoi chiamarla, questa cosa. Arrivano le Leggi, l’istituzione pubblica. Un’apparizione, e poi questo discorso: “Dì a me, caro Socrate, cos’hai in mente di fare? Mediti di farci stramazzare, se ci riesci, noi Leggi e il paese tutto quanto, o cos’altro, con questa bravata che hai fra le mani? O t’illudi che sappia sopravvivere dopo, e non finire sottosopra quel paese dove i giudizi celebrati nulla valgono e l’uomo della strada può svilirli, cancellarli? […]. Socrate, fra noi e te c’era quest’altro accordo, o quello di star fedeli ai giudizi della giustizia ateniese? […]. Ecco il punto: di che c’incrimini, noi Leggi e il tuo paese, per metter mano ad annientarci? Primo: non t’abbiamo messo noi in questo mondo? E tuo padre non sposò tua madre in nome nostro, per poi darti vita? […]. E dopo che sei nato, che hai ricevuto cure e un’istruzione, avresti la forza di dire, proprio adesso, che tu non ci appartieni, no, non sei un frutto ed un soggetto nostro: tu, con le tue radici?”.

    Posto di fronte alla scelta tra il salvataggio di sé e la salvaguardia delle leggi del proprio stato, Socrate sceglie senza indugi la seconda possibilità. Capisce che, fuggendo, salverebbe solo l’ombra di se stesso. Lui era ciò che era perché viveva ad Atene, la città che gli ha dato la nascita, le cure, l’istruzione, la possibilità di dialogare con gli altri nell’Agorà. Socrate dunque non vuole svilire la centralità della persona umana, che sarà il suo cruccio filosofico per tutta la vita (cercare di tirar fuori da ciascuno il Bene che è in lui) ma vuole ribadire il concetto (che sarà poi ripreso sia da Platone che da Aristotele) che non può esistere un’individualità svincolata dalla comunità di appartenenza. Noi nasciamo e cresciamo sempre in un microcosmo umano, che può essere la famiglia, la propria città, il proprio paese.

    Una lezione, anch’essa, molto attuale oggi, nel tempo dell’individualismo estremo, in cui ogni discorso di respiro comunitario sembra essere ormai fuori moda. In questo senso la Decrescita non deve lasciarsi tentare da soluzioni individualiste e anarchiche, che vedono l’emancipazione dal consumismo come un puro percorso personale. La Decrescita ha bisogno di persone che si sentono parte di qualcosa di più grande, membri di comunità rappresentate da istituzioni legittime, che tramite le leggi, in cui anche Socrate credeva, sappiano regolare ciò che per natura non vuole regole, il capitalismo vorace e incontrollato di oggi. Ciò che ci può salvare è allora il nostro affidarci a comunità istituite, anche quando queste operano in un modo che non ci piace. La lezione di Socrate, fedele ad Atene fino alla fine, è lì a ricordarcelo.